La memoria e le sue conseguenze: Il regno di Kensuke di Neil Boyle e Kirk Hendry

Non deve meravigliare che il nodo narrativo offerto da Il regno di Kensuke sia la valorizzazione dell’incontro con il diverso, tendenza riformulata qui in salsa “survival movie”, ma che tanto ha ispirato e alimentato il cinema d’animazione del recente passato da Flow a Il robot selvaggio. È un cliché? Può darsi. Mortifica il senso dell’opera? No, affatto. Anzi, in un progetto così pulito, dove la qualità dell’offerta è prioritaria, il dato emergente è relativo proprio all’identità della casa di produzione britannica Lupus Film, fondata da Camilla Deakin e Ruth Fielding, già al centro di numerosi e apprezzati progetti animati (si recuperi The Night Before Christmas in Wonderland) e già sostenitori di una politica di riadattamento volta a far riscoprire classici della letteratura per l’infanzia o poco più. Già con Ethel e Ernest, diretto da Roger Mainwood e basato sull’acclamata graphic novel di Raymond Briggs, si abbracciava la sfida del racconto della vera storia dei genitori dell’autore, Ethel ed Ernest. Seguendo le loro vite dal loro incontro nel 1928 alla loro morte nel 1971, il film raffigurava eventi significativi del XX secolo attraverso i loro occhi, omaggiando una coppia ordinaria nel mezzo di straordinari cambiamenti sociali (con canzone di Paul McCartney). Senza l’altro non possiamo essere, sembrano ricordarci questi film.

 

 
Tratto dal romanzo di Michael Morpurgo e diretto da Neil Boyle e Kirk Hendry, Il regno di Kensuke si basa su un testo riadattato per il grande schermo dallo sceneggiatore Frank Cottrell-Boyce (tra i tanti, sceneggiatore pure per il Millions di Danny Boyle che già altrove aveva proiettato le sue ossessioni su un’isola) e pone al centro del racconto un ragazzino naufragato su un’isola remota che scopre di non essere solo quando incontra un misterioso uomo giapponese che si era rifugiato lì dopo la Seconda Guerra Mondiale. Gli autori hanno dichiarato: «Il regno di Kensuke ci ha offerto la rara opportunità di realizzare un film pensato per coinvolgere allo stesso modo bambini e adulti. Volevamo affrontare di petto i temi più adulti della storia, ma racchiuderli in una classica avventura per famiglie in stile matinée del sabato per il grande schermo, dove l’entusiasmo e l’emozione aumentano notevolmente quando condivisi con il pubblico. Nel profondo, è un film su quanto abbiamo bisogno gli uni degli altri e sulle nostre responsabilità, non solo verso le altre persone, ma verso tutte le creature con cui siamo abbandonati su questa piccola isola che chiamiamo Terra».

 

 
In bilico tra romanzo di formazione e racconto di sopravvivenza, facendo leva prima che sul Robinson Crusoe di Defoe, sul Cast away di Robert Zemeckis per come affonda il colpo su capitalismo e consumismo, Il regno di Kensuke invita lo spettatore piccolo (ma non troppo) e soprattutto quello grande a fare i conti con le cose essenziali della vita, i valori fondativi, gli affetti profondi, il significato che diamo al tempo e allo spazio condiviso. È un film di poche parole e di tanti gesti di solidarietà e cura, ben rappresentati dalle mani che agiscono e operano spesso messe in primo piano ma anche da alcuni dettagli rubati all’osservazione della natura: custodire, coltivare, andare avanti, resistere e ricordare. È un film sulla memoria, infatti. Sul suo peso e le conseguenze. Forse più di ogni altra cosa. Da una parte, la memoria è quella di Kensuke che ricorda malinconico le proprie perdite, che rivede il proprio passato doloroso anche attraverso la propria arte; dall’altra, è la memoria di un futuro che il giovane Michael si domanda quale forma avrà, prima sull’imbarcazione famigliare, in seguito sull’isola deserta, nonostante i propri maldestri tentativi di “diventare” altro. Il finale, con l’inevitabile ricongiungimento tra Michael e la sua famiglia, ci lascia incomprensibilmente davanti alla scelta di Kensuke che, ormai anziano, decide di restare nel proprio regno, ormai orfano di civiltà, alieno da qualsiasi altra forma di mondo.