Marjane Satrapi, togliere il velo alla complessità del reale

Marjane Satrapi è morta di crepacuore a Parigi. È morta tristemente poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa (produttore, attore e sceneggiatore, deceduto l’8 aprile 2025), suo marito e «amore della sua vita» come si legge nel comunicato diffuso dai suoi famigliari. Il 21 aprile, poche settimane dopo la morte di Ripa, Satrapi aveva pubblicato sul profilo Instagram nove post che componevano la frase “For I lost the love of my life Mattias” e la foto del marito. Da allora, niente altro. In un tempo fortemente accecato dall’individualismo, la morte per crepacuore è un segno tragico, indelebile e rivelatorio dell’epoca in cui viviamo, così esposta al consumo delle relazioni e delle cose che non restano. Una vita si esaurisce, segnata da un’altra vita esaurita, un cuore si ferma per un vuoto persistente, traccia di una presenza marcata da un’assenza profonda che disorienta e immobilizza, stordisce e nega. La morte di Satrapi ricorda che senza l’Altro non riusciamo a resistere, senza l’altro non sappiamo stare, non riusciamo ad essere. A proposito del suo paese, una volta Marjane Satrapi aveva dichiarato: «L’immagine di questa antica e grandiosa civiltà è stata indissolubilmente legata a fondamentalismo, fanatismo e terrorismo. Ma io, che sono un’iraniana che ha trascorso più di metà della sua vita in Iran, so bene che questa immagine è lontana dal vero». In apertura Marjane Satrapi, Le geste du regard, 2020.

 

 
Attraverso la sua arte, segno della sua partecipazione alla vita, Marjane Satrapi ha tolto il velo al mondo. È per questo che scrivere della sua morte risulta ancora più difficile: Persepolis, la sua opera più importante, ha davvero rivoluzionato lo sguardo e offerto un senso rinnovato al vasto mondo dei fumetti e delle graphic novel. Se oggi in Italia accogliamo con entusiasmo e consapevolezza l’ironia sulfurea di Zerocalcare (soprattutto nei volumi reportage come Kobane o No Sleep Till Shengal) o la poetica di Gipi è anche grazie a lei, una delle più influenti fumettiste contemporanee. Satrapi ha invitato a considerare la complessità del reale: «Credo che non si possa giudicare una nazione intera per gli errori di pochi estremisti. E non voglio che vengano dimenticati tutti quegli iraniani che hanno perso la vita in prigione per difendere la libertà, che sono morti in guerra contro l’Iraq, che hanno subito la repressione dei diversi regimi, che sono stati costretti a lasciare le loro famiglie e fuggire dal loro paese. Si può perdonare ma non si deve dimenticare».
Poche e piccole parole, utili per dischiudere le ragioni di una vocazione, quella di un’artista e quindi di un profeta, tesa alla lettura del tempo e dell’uomo. Una dichiarazione che abbraccia alcune delle intuizioni più profonde scritte negli anni da Paul Ricoeur e raccolte nel testo Perdonare, dimenticare, ricordare. Il filosofo si interrogava sulla fedeltà al passato e sulla consistenza dei ricordi: immutabilità del tempo, falsificazione della memoria, rapporto col futuro. Ricoeur propugnava una cultura del perdono in cui il passato gravato dalla colpa non veniva cancellato o rimosso ma alleviato mediante il riconoscimento del ricordo dell’Altro.

 

 
Nata a Rasht, nel 1969, cresciuta a Teheran durante gli anni della rivoluzione islamica, al centro della guerra tra Iran e Iraq, Marjane Satrapi è stata protagonista in prima persona dei profondi cambiamenti politici e sociali del suo Paese. In seguito alla formazione in Europa e il trasferimento stabile in Francia, intraprese la carriera artistica che l’avrebbe resa nota a livello internazionale. Persepolis, la sua opera più rilevante e conosciuta, è stata pubblicata in Francia tra il 2000 e il 2003 da L’Association (in Italia è pubblicata da Rizzoli Lizard) e accolta favorevolmente per la capacità di andare oltre stereotipi e semplificazioni. Un’opera fiume che è stata ben ripresa dalla messa in scena del film animato, realizzato a quattro mani con Vincent Paronnaud, ancora oggi ritenuto uno degli esempi più efficaci di trasposizione cinematografica ma anche di manifesto autobiografico. Come la sua prima opera, anche le successive (Taglia e cuci o Pollo alle prugne) hanno il pregio di affrontare temi universali osservati da una singolare prospettiva come l’esilio, la libertà, i grandi affetti e le passioni, il rapporto conflittuale tra istituzioni e individuo, il legame con le proprie radici culturali e, soprattutto, la condizione femminile. L’atteggiamento è sempre caratterizzato dall’alternanza di umorismo e serietà, leggerezza e lirismo. Il tratto essenziale risalta i contrasti tra bianco e nero mentre le linee pulite conferiscono al suo stile un’identità riconoscibile e autentica, mai scontata o didascalica.

 

 
L’esperienza di Persepolis le apre le porte del cinema, mondo che coltiva anche successivamente, pur senza raccogliere lo stesso successo: Pollo alle prugne (ancora con Perronnaud, trasposizione con attori in carne e ossa), La Bande des JotasThe Voices e Radioactive. Al netto dei riconoscimenti (il Guardian ha decretato Persepolis uno dei 100 libri più rappresentativi del XXI° secolo) e a dimostrazione della crescente popolarità anche oltre oceano, rimane scalfito nella memoria mediatica il suo cameo ne I Simpson episodio 2, stagione 29, intitolo Springfield Splendor), al fianco di altre celebri fumettiste che accolgono Lisa, autrice di una sua opera a fumetti. Ci si sente più soli per la sua morte, ma ciò che ha seminato resta coltivabile, come il senso delle parole pronunciate dalla nonna di Marjane in Persepolis: «Non c’è nulla di peggio a questo mondo del rancore e della vendetta. Cerca di mantenerti sempre onesta e degna di te stessa».