Lasciamo da parte i tabù, sconsacriamo l’assoluta integrità della coppia, consideriamoci legati al sentimento piuttosto che ad una persona, allarghiamo il concetto di famiglia, riconsideriamo i rapporti di filiazione. L’innocente film di Fabien Gorgeart – Cos’è l’amore? – con la sua patina di leggerezza genetica, nello stile sempre elegante della commedia francese, con l’acume di certi scritti di certi scrittori francesi divenuti ormai dei classici e l’innato anticonformismo che serpeggia nell’intellettualità francese, sdogana con sottile sapienza di forme e di contenuti, principi e canoni di convivenza familiare e di educazione sentimentale, che si muovono dentro quel saldo equilibrio che trova la necessaria solidità in quel retroterra fatto di quell’humus sociale ormai diffuso, diventato per molti forma di convivenza e di pratica quotidiana. Una sintesi della vicenda chiarirà il senso dell’approccio e la finalità dell’intera operazione che non è affatto innocente, ma piuttosto controcorrente, nonostante tutto. Marguerite (Laure Calamy) dirige un negozio di abbigliamento femminile, è sposata con Sofiane (Lyes Salem) e hanno una figlia Raphaëlle (Saul Benchetrit). Marguerite ha alle spalle il matrimonio con Fred (Vincent Macaigne) con il quale ha avuto Léa (Céleste Brunnquell), che studia a Creta e convive con la sua compagna islandese.

Fred si sta rifacendo una vita con Chloé (Mélanie Thierry) con cui vuole sposarsi. Ma Chloé da cattolica osservante vuole sposare Fred in chiesa, che però deve fare annullare il matrimonio religioso già contratto con Marguerite. Fred, che è rimasto in buoni rapporti con Marguerite, le chiede di accondiscendere e lei accetta. Ma la prevista semplice formalità si rivelerà molto più complicata del previsto e li porterà fino a Roma con i loro figli e i loro nuovi coniugi. Sarebbe davvero banale immaginare che tutto questo gran tessere di tele narrative, fatto di relazioni incrociate, tradimenti immaginari o desiderati, indagini ecclesiastiche sulle abitudini sessuali dei due ex sposi e tutto il restante armamentario di narrazioni secondarie in un clima di fervente inno alla sensualità amorosa, possa essere stato davvero messo in piedi per rispondere alla complicatissima domanda del titolo, per rispondere alla quale si sono cimentati sociologi e psicologi, psicanalisti e studiosi, figuriamoci se Fabien Gorgeart, regista e sceneggiatore del film, potesse dare risposta ad un domanda così complessa in sole due ore scarse. Il suo è un film che dietro questo titolo, così generico e al tempo stesso così apparentemente banale, nasconde qualcosa di più profondo, di più urgente in tempi come questi che sembrano condannati ad una sorta di nuovo medioevo dei costumi con una regressione culturale che a volte ha dell’impressionante e laddove – in tema di travi e pagliuzze di derivazione mistico religiosa – si accusano altre religioni di fondare la propria esistenza sulla repressione dei costumi con pervasivi giudizi e pesanti sanzioni. Dalle nostre parti si uccide ancora per omosessualità e l’omofobia e la misoginia assumono forme e contenuti tanto delittuosi da diventare, purtroppo, cronaca quotidiana.

E allora, in questo clima, ben venga il film Grogeart che lavora sui registri della commedia, da sempre la forma di sberleffo più forte ed efficace contro ogni potere costituito, il subliminale metodo per fare passare, tra una risata e un sorriso, tra un trasalire per un equivoco e il commuoversi per un sentimento (rivolgersi eventualmente a Lubitsch e Wilder per ogni ragguaglio sul punto), neppure troppo sottobanco una visione della vita che allarga lo spettro dei sentimenti in una continuità che non ha confini – c’è del tenero tra Marguerite e Fred? Forse ma si tratta di sentimenti e Sofiane da uomo intelligente lo sa, anche se finge di non saperlo – e del pari va allargato, ormai, il concetto di famiglia che diventa stratificata, unificata nella sua diversità. Cos’è l’amore? sembra fare da controcanto alla cinematografia familiare di Guédiguian, che fonda il suo cinema anche sulle essenziali relazioni, quelle stesse relazioni che con Gorgeart, sembra dire che salveranno il mondo in quella bellezza utopica della comunione dei sentimenti nella diversità delle sensazioni e nelle modalità del viverle. Per chi ancora non fosse convinto che questo sia in realtà lo scopo ultimo del film è sufficiente ascoltare il discorso finale di Léa che forse didascalicamente, ma quasi necessariamente, tira le fila di questo bailamme sentimentale, di questa fiera dei cuori infranti e riparati, di questi personaggi che vivono su quel telo e sembrano usciti da una commedia di Woody Allen.


