I BEAT e la musica senza tempo dei King Crimson

Un repertorio che attinge dalla straordinaria fucina creativa dei King Crimson, nelle mani capaci di un dream team del rock. Quello composto dagli americani Adrian Belew (già voce solista e chitarrista della band britannica a partire dal 1981) e Tony Levin (che ne fu bassista, pur con qualche pausa, fino al 2023), affiancati da Danny Carey (batterista dei metallici Tool) e Steve Vai (guitar hero che avviò la carriera sotto l’egida di Frank Zappa). Quattro musicisti di altissimi livello che rileggono la musica incentrata sulle incredibili geometrie chitarristiche e le ritmiche visionarie che il Re Cremisi del geniale Robert Fripp inventò nei primi anni Ottanta, impressa in album di culto quali Discipline, Beat e Three of a Perfect Pair. Un trittico rispetto al quale i BEAT hanno operato una selezione preziosa, confluita in un doppio album e un dvd live. Il supergruppo è ora nel Belpaese per le cinque tappe italiane del tour mondiale: la prima è stata martedì 30 giugno al Vittoriale di Gardone Riviera, l’ultima, oggi,  il 6 luglio a Udine, con esibizioni a Pompei, Bari, Perugia. Abbiamo intervistato in videocall tre dei quattro protagonisti: Belew (che è stato il motore principale del progetto), Levin e Vai. In apertura una immagine del concerto dei BEAT a Tener-a-mente 2026, il festival  che si svolge all’Anfiteatro del Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera.

 

 

Che effetto fa suonare certi pezzi senza Fripp?

Levin – Non è la prima volta. Con Belew e la sua band Stickmen abbiamo già fatto la musica dei King Crimson senza Fripp. L’importante è avere le persone giuste: Steve Vai non è Robert Fripp, è Steve Vai, con una sua personalità ben precisa Rispettiamo la musica, ma la facciamo a modo nostro.
Belew – Parlando con Steve e Danny del progetto, abbiamo chiesto loro di essere sé stessi. Ero davvero curioso di sentire come avrebbero suonato certe canzoni, ed ho potuto constatare come essi abbiano conservato il loro stile, trasmettendolo meravigliosamente alla musica. Perciò penso che questa band abbia una propria visione, fresca e innovativa sia per noi che per i fan…Aggiungo una cosa: non ho mai visto Tony Levin così felice di cantare e suonare, come adesso.

 

Domanda per Steve Vai: ha suonato con Zappa e ora eredita il ruolo di Fripp: c’è un terreno comune a questi due geni?
 
Vai – Robert è un incredibile orchestratore di chitarre, con uno stile impostato da bambino, sviluppando una tecnica unica: ogni cosa che compone cade perfettamente sulla chitarra, sembra fatta apposta per la chitarra. Ovviamente, navigare le note come lo fa Robert è tutta un’altra storia, in effetti è il grosso del lavoro… Frank, invece, scriveva per il piano, melodie bizzarre che non avevano un senso immediato per la chitarra, né per le dita di un chitarrista. In entrambi i casi suonare è una vera sfida, seppur in maniera diversa; ma non cambia il mio compito che, per quanto difficile, è suonare le note. Il mio obiettivo con i BEAT è di onorare le note di Robert con il mio stile, e credo che un ascoltatore allenato ci sentirà dello Steve Vai, dentro il concerto. D’altronde, BEAT non è una band “meccanica” ma libera: ci sono molte improvvisazioni, e lì non posso non essere me stesso. Persino Robert, quando mi ha inviato un video in cui mi spiegava come avvicinarmi a una certa parte (a proposito: è stato veramente gentile), mi ha detto: “Non suonare niente come lo suonerei io. Se andassi ad un concerto dei BEAT, mi aspetterei Steve Vai che fa Steve Vai, non che imita Fripp.”

 

 

Qual è il vero segreto per cui questa musica funziona ancora dopo quarant’anni?
 
Levin – Perché è senza tempo. Puoi ascoltare musica di qualsiasi epoca e riesci a individuare un genere, una decade, un trend. Con i King Crimson non succede: il sound vibra come qualcosa di nuovo, appena uscito.

 

Risuonarla ora è un modo di onorare il passato o è prendere quella musica e darle una veste nuova?

Belew – Intanto la cosa più bella che abbiamo scoperto è stata la risposta del pubblico, mai sperimentata prima. Sapevamo di poter creare qualcosa di bello, perché quelle canzoni sono impegnative, ma allo stesso tempo estremamente accessibili, anche grazie a Tony che non è soltanto un incredibile bassista, ma ha portato quella musica a un livello superiore con le sue orchestrazioni. Quando ci siamo visti per le prime prove, più che tecnicamente ci siamo allineati mentalmente: tutti siamo professionisti navigati, amiamo e capiamo la musica a modo nostro. Ma è successo qualcosa di magico, ci siamo resi conto che il nostro approccio era lo stesso: volevamo avvicinarci a quelle canzoni con l’intenzione di reinterpretarle, rivisitarle, anche per offrire alle nuove generazioni l’opportunità di ascoltarle dal vivo.

 

 

Avete background musicali diversi: vi siete quindi trovati d’accordo su tutto?

Levin – Praticamente sì. Prima di iniziare le prove c’era un misto tra eccitazione e dubbio, ci chiedevamo come sarebbe andata la cosa. Forse è per questo che non ci siamo preparati granché prima di incontrarci, è venuto tutto da sé. Durante il primissimo spettacolo ci guardavamo negli occhi sul palco, abbiamo capito che quello che stavamo facendo aveva un senso.

 

C’è un equilibrio preciso tra il mantenere intatte le emozioni dell’epoca e l’innovazione?

Vai – Vale per tutti, credo: non c’è una regola, ma in generale occorre suonare correttamente e con rigore le cose essenziali, che devono essere riconoscibili, poi per il resto ci sentiamo liberi di esprimerci, sperimentare. La band nel suo complesso è potente, offre l’ambiente giusto per improvvisare, divertirsi, provare assoli nuovi, ma sempre nel pieno rispetto dei suoni. Insomma, ci facciamo un mazzo così per sorprendere il pubblico ogni volta.

 

Scriverete qualcosa di nuovo?

Ce lo chiediamo ogni giorno, eppure non abbiamo il tempo materiale per sederci e discuterne approfonditamente. Forse quando finiremo il tour proveremo a darci una risposta. C’è da dire che questo progetto vuole celebrare la musica: se ne facessimo di nuova, sarebbe farina del sacco dei BEAT, non dei King Crimson.

 
Chiudiamo con una notazione realtiva all’assente di questa intervista, vostro compagno d’avventura: come definireste in una parola Danny Carey, oltre che un gigante (visto che sfiora i due metri)?

Levin – Un “patatone” (e ridono di gusto, ndr)…Scherzi a parte, un batterista unico.
Vai – Ispirato.
Belew – Davvero alto…Ah, vero, sono due parole…(e ridono di nuovo tutti e tre, ndr). Perfetto, allora: è davvero perfetto per questo progetto.

 

 
 
Il live a Tener-a-mente 2026

I BEAT, ovvero come ti vivifico una materia musicale targata King Crimson primi anni Ottanta, già in origine straordinaria, anche se forse un po’ troppo cerebrale, e infatti accolta inizialmente con scetticismo dai fan della band britannica, abituati alle orchestrazioni epiche del periodo precedente. Ci ha messo un’inedita potenza di fuoco, nell’anfiteatro del Vittoriale gremito, il dream team voluto da Adrian Belew e Tony Levin, che hanno cooptato il gigante (in tutti i sensi) Danny Carey, batterista dei Tool votato al progressive metal, e il guitar hero Steve Vai. Ma, va detto, non c’era bisogno di togliere la polvere dai brani più iconici degli album Discipline (1981), Beat (1982) e Three of a Perfect Pair (1984) – che rilessero il rock progressivo dei KC, accentuandone la vocazione poliritmica e innervandolo con elementi fusion, colorati nervosismi new wave, digressioni afro e un’inquietudine avanguardistica che richiamava, tra gli altri, Frank Zappa e gli allora emergenti Talking Heads – quanto piuttosto di farne risaltare nuovamente la magia senza tempo. Che poi è esattamente quanto ottenuto dai quattro, con Belew e Levin (che ha rinfrescato gli arrangiamenti) nei panni di allora, mentre Carey e Vai caricavano di sfumature altamente virtuosistiche le parti che furono dei geniali Bill Bruford e Robert Fripp. Le dissonanze iniziali (quelle caotiche di Neurotica) spiazzavano il pubblico meno consapevole, ma servivano a creare l’atmosfera ipnotica che ha avvolto la dimora dannunziana per oltre due ore. Un universo a sé, in cui le note parevano extraterrestri e i battiti pulsavano sottopelle, tra tessiture di vertiginosa complessità, cavalcate maestose, rigorose geometrie e distorsioni stridenti, dolcezze improvvise e abbaglianti. Grande musica, oggi come ieri.