
Il corpo dell’altro è quello che non ci appartiene, la sua violenza – la violenza che gli appartiene – è quella che ci può toccare o meno. La domanda è se per un angelo della morte come Mira, la protagonista del nuovo film di Denis Côté, quella violenza è una cosa che conta. Strano film – ovviamente – Violence du corps de l’autre (titolo internazionale Nobody’s Violence) in Concorso a Locarno79: come tutti i film del regista canadese ha uno stridore interno che annichilisce le tue ragioni abituali, spiazza le coordinate da cui pretendi di partire e ti lascia un po’ solo con le tue attese e le tue riflessioni. Questa poi è un’opera che nasce da uno spazio interiore neutro di Côté, molto personale perché consegue un periodo problematico per la sua salute, in cui per l’appunto vita, morte, sofferenza, fragilità hanno creato uno scenario che, già in fase di scrittura, si è offerto emblematicamente al soggetto trattato.
Lo si potrebbe definire un noir cristallizzato nel gesto topico del genere: l’omicidio. Interpretata da Larissa Corriveau, non nuova al cinema di Côté, Mira è a suo modo una killer: presenza d’astrazione quasi pittorica, lunga nei capelli e nell’abbigliamento nero, lavora per una organizzazione guidata dall’ambiguo Ludo, un giro di strani figuri che sembrano ombre di un olimpo deviato, divinità perse nella loro aberrante indifferenza. Ludo le commissiona omicidi su richiesta, ovvero suicidi assistiti di persone in sofferenza terminale che pagano per farla finita: lei arriva alla loro porta, entra per un attimo nelle loro vite, somministra la letale pozione e va via. Lo fa per soldi ma, anche se nel film non è detto, qualcosa nella sua backstory deve dire che non ha scampo a quel destino. Tanto che ci mette una empatia che, per quanto raggelata nella meccanica dell’operazione, non le permette mai di restare indifferente.

Denis Côté la osserva con la sua solita distanza intermedia, il suo cinema che sfoglia il rigore come fosse un dizionario di parole astratte da utilizzare per una drammaturgia che poi, da qualche parte del tuo sguardo, arriva a fare male. Violence du corps de l’autre (titolo bellissimo, tra l’altro, che potrebbe riassumere perfettamente il modo del cinema di questo strano regista) è un po’ tutto esattamente così: la prima parte incide il rapporto statico, l’equilibrio solido, che Mira ha instaurato col suo lavoro e col quale gestisce i suoi interventi. C’è quella che strepita di paura ma vuole restare sola, quello che aspetta placido, l’altro che vive col fratello che quasi la aggredisce con disgusto, ma non osa fermarla.
Se vi aspettate un film a tema sull’eutanasia, su questioni come la morte dignitosa, il diritto a porre fine alla sofferenza e cose del genere, siete ovviamente dalle parti sbagliate. Denis Côté non è uno che dice le cose, te le fa sentire dentro al massimo. E infatti tutti questi aspetti nel film circolano come un vento che scompiglia le carte nella testa dello spettatore, salvo poi insinuarsi nella seconda parte in cui Mira guarda in faccia il suo mandante, Ludo, divinità che gestisce la vita e la morte e che la manda in giro come quell’angelo caduto che è. Qui Côté delinea una scena noir in cui il mistero diventa astrazione di una significazione che potremmo dire spirituale, se non fossimo nel suo cinema sempre così materico, immanente, definito. Lo sviluppo è una piccola apocalisse, una resa dei conti di tutti, che ha a che fare con il dolore e la violenza: quella che Mira stessa subisce quanto vede cadere sotto la scure del suo destino anche Patrick, amore di una sera che l’ha ribattezzata Cristal, col quale la killer ha trovato per un attimo la gioia.

Ludo, spietato come dio, non perdona e il film si spinge in un finale che è la fine… Il film scontorna la sua sostanza nella fotografia sgranata e dai colori raggelati, scenari sospesi tra innevati terreni vaghi canadesi e interni un po’ fuori moda. Mira, alta e nera, li attraversa con passo dark, lasciando visivamente un segno netto. In un film come questo, non si tratta di trovare un sistema estetico più di quanto non si tratti di cercare una struttura morale: Denis Côté attiva meccanismi filmici celibi, in cui ci si deve sempre muovere con un distacco uguale e contrario a quello con cui lui li concepisce e soprattutto li filma.


