Locarno79: Mutrion di Marco Cavazzini, ritorno in laguna tra i Pardi di domani

Come fosse un coming of age in sospensione lagunare, Mutrion, il cortometraggio di Marco Cavazzin tra i Pardi di domani di Locarno79, lavora sullo spazio intermedio tra memoria e tempo perduto: luogo un po’ magico, popolato di ombre e rilucenze, che Cavazzin amplifica nei riflessi acquatici e nei tagli di luce della decadente vegetazione isolana. Siamo in una Laguna veneziana sospesa tra impressionistiche accensioni e esplosioni caratteriali, dove il ritorno a casa di Marco dopo gli anni dell’università apre una porta sentimentale, spalancando uno spazio un po’ astratto nei ricordi e un po’ distratto nel senso di disappartenenza ormai acquisito.


La scena è tutta di Manfredi Marini, che interpreta Marco in ideale continuità con lo studente fuorisede che in Diciannove di Giovanni Tortorici lo aveva rivelato. Mutrion, musone, è il soprannome che Marco aveva da ragazzino e risuona ancora nel tempo di questo suo ritorno a casa: a evocarlo è Maicol (l’esorbitante Giulio Maroncelli) amico di sempre, di quelli che restano e fanno da boa ad ogni ritorno, immutabili nella narrazione di una provincia che è sì periferia geografica, ma è anche centro esatto della coscienza. Genius loci isolano, Maicol custodisce la collezione di unghie dell’alluce che, secondo la tradizione del posto, cadono quando si perde l’infanzia e si diventa adulti.
Marco è tornato a casa perché? La sua unghia è ancora attaccata all’alluce, la casa dove è cresciuto riluce nella penombra degli interni deserti: mamma non c’è, il suo biglietto sta sul tavolo di cucina, esattamente come disegni e oggetti del tempo trascorso stanno in perfetto disordine nella sua cameretta. Maicol lo inonda di parole e di entusiasmo, animato da un amorevole rancore per quell’amico tanto amato che è andato via e ora torna con il suo musone trasognato. Corse in laguna a bordo del barchino, luoghi frequentati in infanzia, storie di ragazzine… E l’unghia dell’alluce con cui fare i conti…


Marco Cavazzin costruisce un visionario set dell’anima che lascia implodere le narrazioni del coming of age nello spazio puramente mentale e potentemente visivo che costruisce attorno alla presenza di Manfredi Marini. Il quale conferma di essere uno di quegli attori che accendono le immagini con flagranza del tutto naturale, dialogando non solo con l’obiettivo, ma proprio con lo spazio filmico che attiva in maniera del tutto naturale. Mutrion è lui, ma il breve film di Cavazzin ha una potenza visiva tutta sua, che tra cuore e sguardo crea uno spazio narrativo fortemente visivo e dolcemente sentimentale.