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Locarno79: l’uomo la bestia e l’accoglienza, Alberi erranti di Salvatore Mereu

Come tutte le parabole, Alberi erranti di Salvatore Mereu, in Concorso a Locarno79, nutre la leggerezza vagamente astratta della narrazione con la sostanza intima e costante del pensiero che la regge. Lavorando sul romanzo del 2013 di Alberto Capitta, il regista si muove nello spazio ideale di un mondo concluso nel perimetro di una fiaba moderna. La scena naturale sarda è disposta come uno scenario plastico e chiaramente antirealistico, che contempla in sé tutti gli spazi possibili dell’umano consorzio: entriamo in questo mondo attraverso la simbiosi con la natura più dolce e selvatica in cui vivono Pietro (Alessandro Haber, mai così vero!) e suo figlio Giuliano Arca, quasi asserragliati in un casolare in cui l’uomo, rimasto solo col figlio dopo che la moglie è andata via, raccoglie tutti gli animali feriti del bosco. Mereu parte da questa fattoria degli animali idealizzata per definire un punto fermo della sua narrazione, che si basa sul sentimento simbiotico tra il mondo e l’individuo offerto come scenario concreto, reale. La febbrile attenzione del piccolo Giulio per l’organizzazione di quella vita disordinata e estemporanea fa da contrappeso alla placida disponibilità del padre nei confronti di ogni forma di vita e crea un quadro eccessivo ma equilibrato in cui la narrazione si adagia. La pressione di tanta vita da salvare e contenere è uguale a quella portata in senso opposto dall’assedio cui la famiglia Arca è sottoposta da quella dei Nonne, notabili del borgo che odiano tutto ciò che in quel casolare trova asilo, ovvero la vita, l’accoglienza, la salvezza. Il patriarca Sebastiano Nonne e il suo primogenito Michelangelo, ufficiale dell’esercito, sono fieri cacciatori e, poiché vorrebbero gli Arca fuori dal loro orizzonte, li perseguitano con incursioni notturne in cui devastano il casolare e uccidono le creature in esso ospitate. Due mondi nettamente contrapposti e separati, se non fosse che il giovane e sensibile Emilio Nonne è amico di Giuliano Arca. Ma questo peggiora le cose per entrambi, perché finirà per provocare l’ira del patriarca, che cadrà su Pietro e i suoi animali, ma anche su Emilio e il suo spirito libero.

 

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Ma non è tutto, perché in questo universo non manca certo lo spazio per ciò che è giusto e sano: il terzo polo della parabola, infatti, è rappresentata dalla famiglia di Edoardo Branca, il notaio del paese, che vive con la amorevole figlia Maddalena (una solare Giulia Maenza), piena di vita e leggerezza, finita però nelle spire di Michelangelo Nonne, col quale la ragazza sta per sposarsi, nonostante il pacato disaccordo del padre. Pure su questo versante, del resto, la parabola è destinata a tingersi di scuro, perché l’ombra del male di cui i Nonne sono portatori rischia di ricadere su tutti, se non fosse che la salvezza di cui gli Arca sono portatori saprà aprire un varco in questo universo oscuro. Il viaggio intrapreso da Giuliano in cerca del padre scomparso configura infatti nella scena di questa fiaba un nuovo spazio, esterno al borgo e profondamente interno al bosco, una specie di eden in cui vivono nascoste come bambini selvaggi le anime di tutti, libere dal peso di ciò che di sbagliato il mondo impone agli individui. Ed è da qui che Giuliano partirà alla conquista di uno spazio reale per ciò che è spirituale: sentimenti, giustizia, solidarietà, amore.

 

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Tutto questo è disposto da Salvatore Mereu con la sensibilità ad un tempo flagrante e pienamente drammaturgica che il suo cinema sa produrre: Alberi erranti si dispone con una levità del processo simbolico che travalica la struttura drammaturgica e in qualche modo la libera dal peso della parabola che si porta dietro dal testo di Capitta. Ogni elemento rappresentativo parla in trasparenza di quel sentimento dell’accoglienza e della comunione che è il fulcro tematico del libro e del film. Tutto però cerca una libertà strutturale che svincola gli elementi dall’immediatezza del loro significato e li lascia vivere in una narrazione che procede nell’astratto con libertà di gesti filmici e leggerezza di funzioni simboliche. Il casolare degli Arca è un eden imploso nella vitalità proliferante così come il bosco dei Bambini è un limbo che libera i sentimenti e il personaggio di Giuliano (interpretato da Romeo Perrone con il giusto pragmatismo) transita dalla dimensione gravemente reale del primo a quella totalmente astratta del secondo senza bisogno di trasformazioni effettive, contando solo sulla capacità innegabile del film di comunicare il valore narrativo e simbolico dei suoi elementi. Alberi erranti si nutre proprio di questa qualità, che lo rende universale e particolare allo stesso tempo, capace di parlare in maniera diretta del valore dell’accoglienza e del sentimento dell’amore, tanto quanto di raccontare in senso immediato la fiaba di questa comunità rotta e salvata in se stessa. Anche per questo appare un po’ didascalica la volata finale in cui il senso del film viene detto con una perentorietà eccessiva, senza lasciare il campo al proliferare del senso dal valore concreto e innegabile delle immagini.

 

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