Venezia83 -La duplice facciata morale di Ink di Danny Boyle

Londra, 1969, quando la capitale inglese era davvero il centro del mondo. Fleet Street – nel cuore della City, due passi dalla Cattedrale di St. Paul – è il cuore nevralgico dell’editoria giornalistica del Regno Unito. Quella che si è sempre autodefinita come la stampa più autorevole del globo. Lì c’erano le redazioni dei giornali, lì si dettavano le regole d’ingaggio dell’informazione. Un australiano ricco – e, rapidamente, potente – osa mettere in discussione il fair play canonico della stampa britannica: ha appena comprato un domenicale, il News From the World, e da buon imprenditore soffre a vedere le sue rotative riposare sei giorni su sette. Rupert Murdoch è un uomo ambizioso, che per il senso di rivalsa di un outsider marginalizzato dal giornalismo britannico – classista come la società che rappresenta – vuole farsi strada nei salotti buoni. È parte della sua idea di vendetta. Un’occasione: il Sun, nato anni prima e in crisi per via della regola che tende a soffocare ogni nuovo arrivato al tavolo buono della stampa anglosassone. Murdoch compra il giornale apparentemente fallito, lo affida a un direttore deluso dalle regole rigide e implacabili del bon ton editoriale – Larry Lamb, frustrato da una carriera scoscesa sulle pagine del tabloid più importante d’Inghilterra, il Daily Mirror – e cerca un modo diverso di fare giornalismo: uno in cui le regole e gli interessi non fossero più dettati dall’alto ma che rappresentassero gli interessi – magari di pancia, forse lontani dalla civilization obbediente alle regole comuni – di una comunità di lettori ancora da conquistare.

 

 

Ink, il nuovo film di Danny Boyle che ha inaugurato Venezia, racconta una storia dalla duplice facciata morale. Mette in scena l’entusiasmo in cui si riscrivono le regole apparentemente immutabili della cronaca e, allo stesso tempo, riflette sulle questioni morali che quella rivoluzione ostenta. Boyle, nella prima parte del film – che inizia in medias res, con Murdoch che investe, letteralmente, un giornalista deluso di una responsabilità enorme: la riscrittura delle regole di comunicazione nel paese più intimamente conservatore del mondo – descrive l’entusiasmo di un manipolo di avventurieri, pronti a mettersi in gioco per fare qualcosa di smaccatamente nuovo. Lamb mette su la sua redazione accaparrandosi giornalisti frustrati, sottopagati, delusi, disamorati: come la banda dei Blues Brothers costruisce una squadra per esclusione e sottrazione. Alcolizzati di talento, femministe soffocate, editor sportivi in cerca di un’ultima occasione, fotografi senza esperienza. E a questo aggiunge il brivido di una scalata contro ogni forma di establishment: culturale, sociale, politica, sempre contro la ciambella accogliente del buon senso. Il Sun diventa l’epitome dello scorretto, il trionfo della pancia di un nuovo pubblico potenziale. E diventa, nel giro di pochi anni, con smaccato senso anticonformista che insiste su cronaca sesso sport o qualunque altra cosa potesse attirare l’attenzione di un pubblico stanco del paternalismo culturale della Old England, il giornale più letto del mondo.

 

 

E inventare scoop o sbattere tette in terza pagina per attirare nuovi potenziali lettori era l’ultimo dei problemi. Boyle racconta questa storia con uno spirito simile al giornale che è al centro della sua storia: in modo popolare, smaccato, di cattivo gusto. La regia è didascalica, spesso in continuo sovraccarico, ma la scrittura di James Graham (e la bravura degli interpreti: Jack O’ Donnell, Guy Pearce, Claire Foy) salva la godibilità del racconto. Certo, la ricostruzione di una storia come quella del Sun avrebbe forse meritato qualche problematicità in più: il tabloid più famoso del mondo è passato dall’appoggio laburista – figlio dell’anima proletaria da cui era nato – a un calcolato sostegno ai governi Thatcher. Ink scaglia il sasso e ritira la mano, facendosi sedurre oltre ogni ragionevole dubbio dal fascino dei cialtroni che racconta, che pur rivoluzionando le modalità della comunicazione, hanno aperto le porte a un degrado informativo di cui ancora paghiamo le conseguenze, e che – per brillantezza del testo e fascino nevrotico dei personaggi – viene visto con toni di grande bonarietà. Ink è un film gradevole, brillante, divertente – anche nella sua ostentata cafonaggine – che nel finale rimane sospeso tra la denuncia della deriva che ha generato, la (dis)comunicazione da social e il quadro nostalgico di un’epoca in cui tutto sembrava ancora possibile.
Le immagini sono di Anthony Dickenson © 2026.