Il Grande Giaffa del titolo in realtà si chiama Giason e fa l’attore in teatro, dove mette in scena banali spettacoli di auto esaltazione che diventano rito collettivo per masse assetate di modelli da acclamare. Nessuno sembra sfuggire all’incantesimo di ovazione, tranne Giacomo Falta, giornalista, marito e padre di scarso successo: il classico signor nessuno che però si rivela il solo capace di vedere la realtà per quel che è. Da questi presupposti prende le mosse il lungometraggio d’esordio di Marco Santi (già autore di videoclip e spot pubblicitari), presentato come evento di apertura alla 41. Settimana della Critica di Venezia 83. Santi segue il suo protagonista in una fuga dall’anonimato che lo porterà a diventare il doppelganger di Giason (il Grande Giaffa appunto), sospeso in una giornata che si rivelerà un intervallo fuori dal tempo e dal mondo, in bilico sulla scadenza dello spettacolo serale, ma di fatto mai realmente a fuoco rispetto a un preciso qui e ora. Al contrario lo si vedrà girovagare, fare incontri e, ovviamente, essere acclamato in quanto grande attore ogni volta che declamerà il suo proverbiale “Io sono!”. È chiaro come il regista ponga nel suo mirino i meccanismi di allucinazione collettiva tipici della nostra società spettacolo, in cui il personaggio sopravanza l’umano e diventa illusoria icona da selfie o idolatria pagana di massa. In questo senso il suo Giaffa è tanto una vittima degli eventi (e infatti lo vedremo anche pestato e derubato), quanto il fulcro di un meccanismo che gli si confà alla bisogna (quando sembra concretizzarsi una storia d’amore con Isabel, una ragazza-nessuno, proprio come lui).

Il merito del film sta nella tensione che porta avanti attraverso un accorto lavoro sugli spazi e i cromatismi delle location, sempre immerse in un’illuminazione soffusa che riecheggia quella del proscenio teatrale, come a ribadire la natura fittizia della bolla in cui Giaffa si è ritrovato immerso. Le scenografie, dal canto loro, riproducono spesso motivi geometrici che ingabbiano il personaggio, mentre il grandangolo crea una situazione irreale che trasforma questa grottesca fuga in un galleggiamento all’interno di una realtà virtuale continua. Gli fa eco la performance spaesata di un Edoardo Pesce che si conferma attore privilegiato per i registi giovani (si pensi alle collaborazioni con Fulvio Risuleo, a Denti da squalo di Davide Gentile, fino al remake/sequel di Altrimenti ci arrabbiamo! degli YouNuts!), corpo stolido eppure duttile rispetto a questa materia tanto teorica quanto pratica. A convincere meno è la scelta di un tono da incubo che tara la vicenda sui codici del dramma, laddove i presupposti lasciavano pensare a una più frizzante commedia dell’assurdo: il gusto per il grottesco rimane, ma questa preferenza di campo inficia alcune possibilità, rendendo il ritmo a tratti affaticato. In ogni caso, resta un esordio coerente, stilisticamente e tematicamente, rispetto a un’idea di cinema italiano meno orientata al dialogo e più alla costruzione visiva delle azioni. Dalle nostre parti non è affatto scontato.



