Venezia83 – Un labirinto di desideri e aspirazioni: in concorso 15/18 di Cédric Kahn

Il 15/18 è un reparto psichiatrico dove vengono curati i giovani con disturbi psichiatrici fino alla maggiore età. È in questo ambiente che Cédric Kahn porta la sua macchina da presa per mostrarci quanto resti identica, tra gioie e passoni, tra drammi e delusioni, la vita di questi ragazzi dentro queste mura rispetto a quella che si vive fuori. Il luogo, come dice il titolo, è un posto per guarire, un laboratorio medico dentro il quale anche i dottori sperimentano, lavorano sull’immediatezza della manifestazione del disagio fondando la conoscenza sulla scienza. Attraverso un ritmo serrato e affidandosi ad una claustrofobia quasi naturale, ma anche istituzionale dell’ambiente, Kahn lavora sulle relazioni, sui caratteri di questa turbolenta compagnia di giovani e nell’esasperazione del racconto la gioia diventa sempre eccessiva e anche le relazioni con l’intrecciarsi dei sentimenti d’amore e di fuga diventano iperbolici.

 

 
15/18 (A place to heal) confina con quel cinema del reale che conosciamo, lavora e indaga con la stessa forza e la stessa finalità dimostrativa dei Dardenne di Giovani madri, su una marginalità esclusiva, su un ambiente lontano da ogni “normalità”. Kahn prosegue con il suo cinema che attinge per forme e contenuti dalla contemporaneità marginale del nostro tempo con gli ambienti del lavoro, come in Making of o a mostrare i risvolti di una verità solo apparente come in Il caso Goldman. Eloise e Enzo, Lucia e Ulysse, i protagonisti di questo nuovo film del regista francese nel Concorso principale di Venezia83, diventano i protagonisti di queste storie traviate da una patologia mentale, ma si ritrovano amori e tradimenti, tutti eventi che si sviluppano dentro una verità alla quale non si sfugge. Kahn fa emergere questa verità e il suo film, nel complesso, ne è un esempio. Una semplicità narrativa che disarma, una collaborazione dei luoghi e dei personaggi esemplare per un cinema che resta per pochi passi dentro i confini di una fiction come molte altre, ma che a tratti superando quel confine sa mostrare immediate verità che emergono a pezzi dalle vite passate di questi giovani personaggi.

 

 
Dentro questo spontaneo flusso narrativo Kahn, che per girare il film si è avvalso di un pregresso lavoro di indagine svolto della sua sceneggiatrice Kahina Le Querrec, mostra gli effetti delle violenze subite da questi giovani protagonisti, dei tentativi di suicidio, degli abusi subiti e queste storie diventano l’ambiente mentale dentro il quale sviluppano la loro maturità. Spetterà al personale sanitario, non sempre disponibile e vittima anch’esso di comprensibili cedimenti e paure, di scacciare questi fantasmi. Ma la vita è più forte di ogni altra cosa e la fuga di due giovani innamorati diventa la cartina di tornasole di una specie di “normalità” che sembrava fino ad allora solo attraversare il groviglio di queste storie. Il merito di Cendric Khan è quello di entrarci senza l’aria dell’artista e dei suoi estetismi, ma con l’umiltà sincera e necessaria, con il desiderio di conoscere e farci conoscere, questo labirinto di desideri e aspirazioni che sopravvivono forti e tengono deste le vite di questi giovani, che come gli tutti gli altri vogliono essere solo unici protagonisti della loro vita.