Venezia83 – Le macerie dei padri, a Orizzonti Falling House di Mohsen Gharaei

Prendiamo lo schema de Il seme del fico sacro, riduciamone la componente simbolica e portiamone all’estremo la deflagrazione emotiva e melodrammatica. Falling house (Moragheb), presentato in Orizzonti a Venezia 83, si muove tra questi due poli, forte dell’idea di partenza del film di Rasolouf e di tanto altro cinema iraniano ma assumendo una piega diversa: un nuovo, lungo e tragico affondo sulle contraddizioni e le ambiguità dell’Iran contemporaneo che fa leva sulla fotografia di una famiglia apparentemente unita, con i propri sogni e le proprie debolezze, in cui il padre si trasforma prima in un padrone senza scrupoli poi in un ottuso aguzzino divenendo presto rappresentazione spietata dello specchio deformante del potere. A dirigere è Mohsen Gharaei, classe ’84, qui al suo sesto lungometraggio, regista attento ad alternare uno sguardo riflessivo sulle condizioni restrittive della donna e di denuncia sociale sulle condizioni economiche e culturali in cui versa il proprio paese.

 

 
Anche sceneggiatore, Gharaei propone un racconto dove le parti si scambiano di segno, rivelando la precarietà di un mondo arrivato al collasso che urla apertamente che i padri devono essere sepolti sotto le macerie (come nel film di Gharaei e, in parte, come accadeva nel finale di Kafka a Teheran con il terremoto). Sebbene la vicenda sia ambientata nella periferia di Teheran, dove una famiglia modesta rischia di perdere la propria casa, destinata a essere demolita per fare spazio a un imponente progetto di riqualificazione urbana, il film è più interessato a seguire l’itinerario vertiginoso e infernale di Rashid, padre di famiglia e guardia carceraria, accusato di corruzione, che scopre i piani della figlia maggiore Ensi intenta in segreto di lasciare l’Iran per diventare modella. La casa, luogo catalizzatore di affetti speciali e tensioni inevitabili, da nido protettivo si trasforma proprio in quella prigione ostile abitata dal padre, a sua volta protagonista non del tutto consapevole di una traslazione identitaria che da vittima lo conduce a essere carnefice.

 

 
Girato prevalentemente in interni e privilegiando l’uso della macchina da presa a ridosso dei corpi, lasciando spesso in profondità di campo la desolazione della zona di Theran in cui la vicenda si svolge, tra ruspe, cani randagi e polvere, il film di Gharaei si articola intorno a un crescendo di emozioni e conflitti che rivelano un’autenticità profonda fino alla fine inespressa e destinata a esplodere nel momento in cui tutto deve cadere: la fiducia, la casa, il mondo. Un’opera pensata e realizzata per raccontare la libertà perduta, le scelte soffocate dalla paura e da un destino imposto, ma anche una feroce critica all’integralismo e al consumismo, Falling House racconta la storia di una famiglia che si ritrova in frantumi e in mezzo a una strada, ma anche il ritratto di una società osservata dal buco della serratura di una casa, luogo che da protettivo si trasforma in coercitivo, da fonte di speranza a pozza di disperazione. Un film che solleva un drammatico e quanto mai attuale interrogativo: quale è il momento in cui la protezione si trasforma in controllo?