Il tema è ancora quello della guerra, come in Fires on the Plain del 2014 o nel più Recente Hokage del 2023, ma stavolta cambiano lo scenario, la prospettiva e persino il linguaggio: Mr. Nelson, Did you Kill People? (in Concorso a Venezia 83) è infatti il secondo film che Shinya Tsukamoto gira in inglese, per raccontare il conflitto del Vietnam dal punto di vista di un reduce in lotta con i traumi causati dall’esperienza deumanizzante nella giungla. È lui il Mr. Allen Nelson a cui una innocente bambina delle elementari pone la fatidica domanda del titolo, ma è anche lui il personaggio realmente esistito dalle cui memorie il film prende le mosse. Il motivo di interesse dell’autore nipponico per questa storia americana non va rintracciato soltanto nella coerenza di un percorso che continua a porre al suo centro la guerra come fulcro per un più articolato discorso sull’umanità e la perdita delle sue coordinate morali. Che poi è anche la sintesi più precisa di quel processo di mutazione antropologica già alla base dei folgoranti esordi cyberpunk, dove la violenza si faceva un tutt’uno con la carne dei protagonisti.

C’è infatti un altro motivo che giustifica la scelta ed è lo stretto legame che unisce Allen Nelson stesso al Giappone, dove aveva trascorso i primi giorni da Marine, nella travagliata realtà di Okinawa, imparando a mettere in pratica quel processo di deumanizzazione destinato a sfociare nella violenza immotivata verso gli asiatici, poi elevata a sistema durante la campagna vietnamita e lo sterminio indiscriminato di abitanti e Vietcong. E perché proprio dal Giappone l’ex soldato era poi ripartito, quando elaborato il trauma delle atrocità commesse, aveva tenuto un lungo ciclo di conferenze in varie città dell’Arcipelago. Per Tsukamoto è l’occasione ideale per ottenere una prospettiva centrale eppure laterale, letteralmente dentro e fuori la Storia del suo paese, guardata da un punto di vista esterno che però ha avuto un effetto tangibile su tutta l’Asia, sorta di nuovo laboratorio da cui partire per trattare i temi più sentiti. Nelson si risveglia perciò nel buio, braccato dai suoi demoni come lo sventurato protagonista di Haze – Il muro, il folgorante mediometraggio che Tsukamoto aveva realizzato nel 2005: da lì lo vediamo confrontarsi con una realtà che si frammenta letteralmente sotto i suoi occhi, schiacciandolo sotto il peso di una colpa che l’autore elabora visivamente con le sue consuete accelerazioni e sovrapposizioni visive. Nelson è dunque un altro Tetsuo che nel confronto con la realtà metropolitana esplode nei suoi conflitti interiori, cercando conforto nella terapia con uno psichiatra a cui racconta i trascorsi di guerra, salvo vedersi porgere sempre la solita domanda: perché uccideva?

Al pari del quesito posto dalla bambina nell’incipit, sono proprio queste le questioni filosofiche e morali su cui Tsukamoto misura il percorso del suo cinema, cercando di andare a fondo nella mente dei personaggi: per questo affronta di petto le parti più dolorose del cammino, lega la guerra al fronte agli scenari di violenza domestica nell’infanzia del protagonista, crea insomma un tessuto di vita articolato e costruito sulla sofferenza del corpo lungo varie tappe temporali, ma sempre capace di fornire un quadro a largo raggio rispetto a una violenza psicologica innata e nascosta nell’animo, a cui non serve tentare di sottrarsi. Un campo di battaglia continuo in cui la posta in gioco è la consapevolezza dell’uomo rispetto a sé stesso e al compito che lo attende per guadagnare la propria umanità. Quella da sempre al centro del cinema di Tsukamoto, anche quando è nascosta dietro i più magniloquenti affreschi spettacolari.


