Sui titoli di coda di Naza fa capolino, alla produzione, il nome di Jonathan Glazer e ovviamente il pensiero corre immediatamente al suo La zona d’interesse, alla dialettica fra l’urgenza di raccontare la mostruosità storica e la complessità di avere a che fare con l’irriproducibilità dell’orrore. Sono confini che anche il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor (nella foto qui a fianco) evidentemente sente come pressanti, non considerando quanto il genocidio di Gaza, che qui costituisce il fulcro della narrazione, porti in dote anche tutta una serie di variabili impazzite legate alla mancanza di materiali di prima mano conseguenti lo stretto blocco in atto sul territorio (bene ricordare che reporter e giornalisti sono stati fra le vittime contro cui ci si è più accaniti perché nulla fosse documentato). Anche per questo, la forma dell’orrore sta passando per una dialettica dolorosa fra immagini mancanti e un recupero del sonoro come fonte primaria cui fare ricorso: macroscopico in questo senso il caso de La voce di Hind Rajab, di Kaouther Ben Hania, tutto costruito attorno all’audio delle telefonate fra la bambina prigioniera nella Striscia e i soccorritori. Nel caso di Naza – presentato in concorso a Venezia 83 dove ha ottenuto il record di applausi con una standing ovation di 25 minuti – il suono è invece quello delle testimonianze orali fornite da 24 addetti dell’intelligence israeliana, che svelano la metodologia degli attacchi nella striscia, fra uso dell’intelligenza artificiale e profilazione dei bersagli attraverso lo spionaggio e le intercettazioni dei telefoni cellulari degli abitanti, senza naturalmente tacere sulle ampie possibilità di errore offerte dalle approssimazioni del caso.
Sulla base dei dati raccolti, una serie di schemi topografici della striscia individuavano infatti i membri di Hamas da colpire, certi o meno che fossero. Da qui la nascita dei “Naza”, termine che designa le vittime collaterali degli attacchi, a volte calcolate con freddezza, in altri casi accolte con inevitabilità. Se le confessioni dei vari testimoni avvengono in segreto, con i volti oscurati e le voci camuffate digitalmente, l’effetto è duplice: da un lato perché svela in modo inequivocabile la scientificità spietata del metodo e la consapevolezza di chi lo attuava, ponendosi al di fuori di qualsiasi barriera etica, come meri esecutori di un metodo – più di uno asserisce la propria consapevolezza circa il genocidio in atto ma anche di aver provato divertimento rispetto agli attacchi poiché la loro dinamica aveva il sapore di un banale videogame. Sull’altro versante si pone invece la questione puramente formale e filmica: i testimoni parlano dai tetti dei palazzi, dove c’è maggiore certezza di non essere spiati, in una notte di Tel Aviv che si mostra quale enorme agglomerato urbano di torri e edifici anonimi eppure radicalmente presenti a sé stessi. Dove si intravedono vite alle finestre, riprese hitchcockianamente nelle rispettive intimità, a corollario di una topografia in cui i palazzi dell’intelligence occupano il centro della città, con quelli civili intorno. Praticamente il corrispettivo eguale e contrario di quei palazzi di Gaza individuati come covo di terroristi, rasi al suolo e sintetizzati negli schemi e nelle geometrie con cui i vari addetti alla sicurezza rappresentavano nemici e bersagli e contavano abitanti e vittime da eliminare. Una descrizione in fieri di perimetri tracciati sulla carne, il sangue e il cemento di un luogo al contempo virtuale e reale. Una zona d’interesse, appunto. Già fra gli autori del celebrato No Man’s Land, Yuval Abraham e Rachel Szor scoperchiano così un vaso di Pandora di conoscenze fino a questo momento taciute o fuorviate dalla propaganda, ma anche di banalità dell’uccidere attraverso una forma espressiva che ragiona nel merito di un’immagine diventata essa stessa danno collaterale e di una forma narrativa da ripensare in maniera più stilizzata, ma ugualmente implacabile – il film è prodotto dal Guardian che si fa non solo garante della veridicità delle confessioni, ma anche ispiratore di una metodologia d’indagine netta ma non per questo meno agghiacciante nella brutalità frontale dell’affresco. È un tassello importante per la costruzione di un immaginario che sta scardinando le dialettiche classiche fra immagine e suono, e che al valore d’inchiesta unisce una qualità filmica non meno importante e efficace.


