Svelto. Di testa e di piedi. Non ho dovuto alambiccarmi più di tanto per trovare l’aggettivo che racchiudesse le caratteristiche di Sandro Mazzola, di professione mezzala, ma in grado, in virtù di tecnica e velocità non comuni, di interpretare con efficacia qualsiasi ruolo dell’attacco, eccezion fatta forse per quello di estremo sinistro. Giocatore eclettico, dunque, oltre che moderno, visto che non trascurava la fase di interdizione, non a caso preferito dai difensori a Gianni Rivera – a sua volta sostenuto dagli attaccanti- quando Ferruccio Valcareggi decise che non potevano giocare insieme in quello che sarebbe diventato l’ultimo atto della Coppa Rimet. Svelto di testa, vale a dire rapido nel decidere quale fosse la scelta migliore, se partire palla al piede, destreggiandosi in dribbling come un’ala, oppure servire un compagno, con la visione di un regista; svelto di piedi, ossia veloce e puntuale negli inserimenti, come si richiede alla mezzala che indossava il numero 8, quello che ha avuto più frequentemente sulla schiena, ma anche rapido in area, grazie al fiuto del gol proprio di un centravanti. E in effetti giocò anche da prima punta, ruolo che peraltro non prediligeva: il suo ideale era avere davanti a sè, a creare spazi e prendere botte, ma anche per dialogare, un Milani oppure un Cappellini. Tutto questo ripensando al Mazzola visto cento volte in televisione (e in diverse circostanze anche dal vivo) dunque con gli occhi di un adulto, meglio ancora di un anziano; ma c’è un altro Mazzola, Sandrino, che voglio ricordare in queste righe, ed è il giocatore che divenne il mio primo idolo sportivo, quando io iniziavo le scuole elementari con il grembiule nero, il colletto bianco e il fiocco azzurro e lui la carriera professionistica con la maglia nerazzurra.

Divenne il mio idolo semplicemente perché era il più bravo nella mia squadra del cuore. Voglio anche aggiungere che lo vedevo bello: alto, longilineo, un po’ riccio com’era agli inizi (unica nota stonata quella vocina un po’ chioccia…). Tenevo in tasca la sua figurina, come Enzo Jannacci nei panni di Gavino Puddu con quella di Gigi Riva nel film Le coppie, episodio Il frigorifero e avrei appeso volentieri il suo poster nella camera da letto, non fosse che la dividevo con la nonna materna che non ne voleva sapere e sosteneva che un bravo bambino dovesse appendere l’effigie di San Luigi Gonzaga…Per tutti gli anni delle elementari – concluse nella drammatica primavera del 1967, quella di Lisbona e Mantova, ma ricche di tante gioie, su tutte la notte del Prater e lo scudetto della stella – Mazzolino, come lo chiamava Nicolò Carosio, rappresentò il valore aggiunto nella mia vita da tifoso: una sua rete era molto di più della ciliegina sulla torta in caso di vittoria e un buon palliativo in caso di sconfitta. Negli anni, avevo appreso della tragedia di Superga, e aver saputo che era rimasto orfano a nemmeno sette anni mi aveva ulteriormente avvicinato a lui. Con l’ingenuità dei miei sette anni immaginavo un quadro di povertà, che in realtà tale era stato, come lui stesso raccontò una manciata di anni fa in occasione di un Natale nerazzurro sul lago d’Iseo. I tre anni delle medie non portarono titoli all’Inter, ma lo videro campione d’Europa con l’Italia e finalista in Messico proprio la notte prima dell’inizio degli esami; il liceo, aggiunse lo scudetto di Invenizzi, la finale di Coppa dei Campioni persa con l’Ajax e quel gran gol segnato in nazionale alla Svizzera.

Vidi in televisione la sua ultima partita, la finale di Coppa Italia del luglio 1977 persa con il Milan, da lui commentata a caldo con un “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare” che gli valse la più ridicola delle squalifiche (aveva da tempo annunciato il suo ritiro, come avrebbe potuto scontarla?) e il mio apprezzamento per la citazione dantesca. Nei suoi anni da dirigente, non indimenticabili – a differenza della definizione che diedero Pea e Ziliani della coppia Mazzola e Beltrami, “il gatto e il gatto, perché nessuno dei due è una volpe” – non ho particolari ricordi, a parte l’emozione del primo incontro professionale, che era anche il primo in assoluto;
tutt’altra storia per gli ultimi due, quello già citato del dicembre 2021 sul Sebino e quello di due anni dopo a Brescia: un uomo sempre più stanco, impacciato nei movimenti, ma ancora disponibile a incontrare il popolo che lo aveva amato. E continuerà a farlo, adesso che lui non c’è più e anche quando se ne sarà andato l’ultimo di noi che l’ha visto giocare. Perché tra cinquant’anni, un bambino dirà al suo vicino di banco: “Lo sai che il nonno del mio nonno aveva visto giocare Sandro Mazzola?” E il compagno di banco lo invidierà moltissimo.


