All come to look for America – L’impero delle Furie rosse

Spagna, dunque. La squadra campione d’Europa ha battuto i campioni del Sudamerica diventando così la prima nazionale capace di conquistare due titoli iridati nel ventunesimo secolo. Di più. Gli iberici ripetono la doppietta già compiuta nel biennio 2008-2010, facendo seguire al primato continentale quello mondiale e fra due anni avranno la possibilità di bissare anche il sandwich perfezionato nel 2012, quando si confermarono sul tetto d’Europa. La finale della ventitreesima edizione va in archivio come l’unica in cui una contendente non ha effettuato un solo tiro nello specchio della porta (pur avendo avuto a disposizione ben 136 minuti!) a conferma della straordinaria solidità difensiva della Spagna, capace di concludere il torneo più lungo della storia, ben otto gare disputate dalle prime quattro classificate, con un solo gol al passivo, ma anche dalla modestia di un’Argentina quasi costantemente in balia di un’avversaria che per lunghi tratti ha fatto circolare il pallone al limite dell’area con la stessa facilità e pazienza di una squadra di pallanuoto che cerca di sfruttare la temporanea superiorità numerica. L’unica (apparente) stranezza di una finale a senso unico è così il minimo scarto che ha separato le compagini, per di più maturato nei tempi supplementari, affrontati dagli argentini in dieci uomini, ma che trova la sua spiegazione nella mancanza di punte di ruolo nell’undici di partenza di Luis de la Fuente, che come già negli ottavi e nei quarti ha trovato in panchina l’uomo partita.

 

 
Contro Portogallo e Belgio era toccato a Mikel Merino in zona Cesarini, stavolta a Ferràn Torres al minuto 106. A dire il vero la Spagna era già andata in rete in apertura del primo overtime con Nico Williams, ma il men che mediocre arbitro sloveno Vinčić aveva già fermato il gioco, ravvisando in un ordinario corpo a corpo un fallo proprio di Merino ai danni di Otamendi, capace nell’occasione di contorsioni corredate da urla belluine, tipiche di che sta ardendo vivo su una pira. Ma in questi tempi di sVARioni capita questo e altro. Ad esempio che venga considerato in fuorigioco Ferràn Torres, il quale aveva calato il bis in contropiede solitario, prendendo come riferimento la posizione del braccio e non quella dei piedi, come logica vorrebbe trattandosi del gioco del calcio. Sorvoliamo sul consueto repertorio argentino di provocazioni, simulazioni ed entrate proditorie e tacciamo anche del pietoso comportamento di Paredes poco dopo il triplice fischio, per rilevare che l’Argentina ha raggiunto la Germania a quota quattro finali perse (1966, 1982, 1986 e 2002 per i tedeschi; 1930, 1990, 2014 e 2026 per l’Albiceleste, che comunque si distingue per essere arrivata all’atto conclusivo in tre delle ultime quattro rassegne). Nell’occasione Lionel Scaloni ha fallito l’opportunità di eguagliare Vittorio Pozzo, primo ed unico ct ad avere vinto due edizioni consecutive, poiché l’altra doppietta, quella brasiliana del 58-62 ha visto in panchina due diversi tecnici, in ordine di apparizione Vicente Feola e Aymorè Moreira. Ai più giovani, ai più distratti e ad Angelo Binaghi ricordiamo che l’appena citato Pozzo guidò gli azzurri alla conquista di due titoli mondiali consecutivi (con in mezzo una medaglia d’oro olimpica) tra il 1934 e il 1938, ovvero 38 anni prima che l’Italia vincesse la Coppa Davis e 87 anni prima che un italiano di nome Giovanni Peccatore trionfasse a Wimbledon.

 

 
Spicciole per chiudere. Con la vittoria della Spagna, i titoli conquistati dalle squadre europee salgono a 13, contro i dieci delle sudamericane, per un parziale di 5-2 nel secolo in scorso che spezza decisamente l’equilibrio sul quale si era concluso il Novecento. Si è interrotta dopo undici edizioni consecutive la sequenza che vedeva almeno un calciatore in forza a una squadra di serie A scendere in campo nella finale. Una delle ultime immagini della lunghissima serata conclusiva (il vero record sono i 27 minuti di durata dell’intervallo) é quella di Scaloni che si abbandona a un pianto disperato e interrompe la conferenza stampa; poco prima avevamo visto un altro signore di mezza età, Leo Messi, incapace di trattenere le lacrime, come era già accaduto a due uomini negli anta come Ronaldo e Modric. Ma ve li immaginate Gigi Riva e Boninsegna che piangono dopo il 4-1 con il Brasile a Città del Messico? O Mazzola e Burgnich con il moccio al naso quattro anni dopo, una volta eliminati dalla Polonia in quello che sapevano essere per entrambi l’ultimo mondiale? E Bearzot che piagnucola e tira su col naso per la sconfitta contro l’Olanda nella semifinale del ‘78? Altri tempi, dirà qualcuno. Infinitamente migliori, replico io, approfittando di avere l’ultima parola.