Cercare una frontiera successiva. Spingersi ancora più oltre: è questo l’assunto che gli scrittori John Skipp e Craig Spector demandavano all’horror come autentica missione identificativa nell’introduzione all’antologia di racconti Il libro dei morti viventi (che da noi uscì per Bompiani nel 1995). Il fatto che il titolo di lavorazione del primo The Evil Dead di Sam Raimi fosse proprio Book of the Dead, ovvero quello poi usato da Skipp & Spector per il loro libro, non è l’unica coincidenza rispetto a una prospettiva che sicuramente tutti gli autori citati condividono. Raimi è uno di quelli che era andato “oltre”. Lo aveva fatto dal basso di una produzione totalmente indipendente che oggi è diventato quello che si dice un franchise, tra remake, sequel, spin-off televisivi e fumetti e di cui l’ultima germinazione è La Casa – Il rogo del male – titolo che ammicca al precedente Il risveglio del male e sostituisce il più icastico originale Evil Dead Burn. Sono cambiati i tempi, a iniziare dalla produzione ormai stabilmente in mano a una major come Sony e a marchi storici come New Line. Ma c’è al contempo la scaltrezza di arruolare a ogni nuovo capitolo dei nomi che, se proprio non si vogliono ancora definire “autori”, sicuramente hanno già dimostrato una certa personalità. È il caso, stavolta, di Sébastien Vanicek, già artefice dell’ottimo Vermin, che era passato in prima mondiale alla Sic di Venezia.

È lui a dirigere e co-sceneggiare una storia che alla classica lore del libro maledetto in grado di scatenare i demoniaci deadites, unisce anche una prospettiva familiare. Alice, ragazza francese di stanza in America dopo il matrimonio, deve infatti riunirsi ai parenti acquisiti per onorare la morte del marito Will – ucciso, ça va sans dire, da uno dei demoni scatenati dal temibile libro. Sebbene attraversato da tensioni dovute al non aver mai accettato quella “straniera” in casa, il gruppo dovrà unirsi contro gli attacchi dei deadites perché la “casa” di famiglia custodisce l’unica arma in grado di fermarli, eredità del nonno ricercatore il cui lascito è concretizzato nell’ormai iconico registratore a bobine. La sanguinosa battaglia farà emergere segreti sopiti in cui si adombra lo spettro non meno angosciante dell’abuso domestico, in grado di spiegare i traumi sepolti nella mente della protagonista. Spingersi oltre, dunque, in cerca di una nuova frontiera: Vaniceck affronta il compito con convinzione, lo vediamo dalle dinamiche di un horror urlato, basato su un campionario (pre?)definito di blasfemie, possessione e mutilazione iperviolenta dei corpi, orientato al disgusto dello spettatore più o meno occasionale. Una formula che peraltro contamina ormai a largo raggio anche altre realtà – Lee Cronin del precedente Il risveglio del male, nel frattempo ha dato vita a una non meno roboante versione de La mummia. In questo senso, l’idea di un horror orientato sul confronto con i traumi del passato, condotta sul doppio filo del rapporto filologico con la saga storica per portarne avanti la cifra perturbante (in senso estetico e contenutistico) è di certo degna d’interesse.

Vaniceck cerca così di condurre lo spettatore lungo un racconto in cui il dialogo fra le singole parti sia costante e i virtuosismi del montaggio e del suono risultino coerenti con una visione in cui la forza più impattante delle scene gore lasci aperto qualche spiraglio anche a timidi inserti ironici. Questo gli permette sia di inserire tematiche più pregnanti (l’abuso domestico, la famiglia come ricettacolo di incomprensioni e segreti violenti) che un taglio più cinefilo in cui riecheggino anche i tocchi della New French Extremity dei primi anni 2000 e di certo cinema action. Se in questo si può ravvisare effettivamente una continuità con il dettato originale di Raimi, il passato della saga racconta però anche altro: la violenza e il gore ne sono sempre stati tratti importanti, ma erano inseriti all’interno di un progetto che piegava le stesse a una visione capace di un’inventiva ben più audace e di una capacità imperterrita di coniare forme in grado sia di omaggiare che di rinnovare gli stilemi classici. La mobilia che ride istericamente, il supereroe con la motosega sul braccio, i balzi nel tempo e il corpo slapstick di Bruce Campbell che affronta tante repliche di sé stesso, la mano che affonda in uno specchio d’acqua, la mdp che corre impazzita fra gli alberi e i laghi del bosco, le prospettive esasperate della “shaky cam”, la plastilina per mostrare le decomposizioni dei corpi sono le prime immagini e i primi aspetti che tornano in mente rispetto a una concezione mirata a quello “spingere l’horror ancora più oltre”. Non solo sul mero versante grafico, ma soprattutto sulla capacità mutante del genere di farsi paradigma di una contaminazione fra sé stesso e i suo contrari.

La “cartoonizzazione dell’horror” di cui tanto si parlò all’epoca di La Casa 2 e L’armata delle tenebre era il modello di una qualità proteiforme in grado di dimostrare un’apertura vitale del genere a istanze in grado di sfondare con gioioso entusiasmo il limite delle proprie possibilità – ché si sa, la risata e l’orrore sono molto diversi, ma con dei punti contigui. La sensazione è che nel tempo questa specificità sia venuta meno, ripiegata in una formula più industriale e orientata agli aspetti meramente esteriori, che non dovrebbero nemmeno più sorprendere il pubblico nell’era che ha già sdoganato (e archiviato) la violenza glamour del torture porn. E se vogliamo entrare nel merito delle iconografie, gli esiti non sono poi nemmeno troppo convincenti: cosa pensare infatti del goffo demone-Terminator del confronto finale? Segno di un immaginario ormai nascosto nelle pieghe di una cinefilia stanca. “Una volta che la strada è battuta, ed è sicura da percorrere, si è ormai a portata di mano dai negozi più disparati e dagli insediamenti colonici, tutti freneticamente impegnati a saccheggiare e rivendere ciò che fino a poco prima era sconosciuto, rendendo la frontiera non più frontiera. Rendendola accessibile. Rendendola sicura”: lo scrivevano sempre Skipp & Spector in quell’introduzione. Operazioni come questa nuova Casa o La mummia di Cronin si trovano esattamente in questo punto. Spingono sul pedale del sensazionalismo per rassicurare i loro fan e nascondere una concezione stantia di un genere che non può essere altro che sé stesso, incapace di tracciare qualsiasi nuova frontiera. Forse è ora di riporre il libro maledetto sullo scaffale, in barba alle scene post credit da perfetta operazione seriale, e cercare altro: il momento storico è ricco di ottimi horror in grado di offrire di più.


