Prima del film di Jean-Gabriel Périot, viene l’omonimo libro di Didier Eribon, successo commerciale in Francia e, insospettabilmente, anche in Germania, per un saggio sociologico che prende come spunto di partenza l’autobiografia dello scrittore. Dopo avere tagliato i ponti con la famiglia d’origine, che per l’appunto viveva a Reims, ed essere andato via dalla città, Eribon ci farà ritorno solo dopo la morte del padre. Il ritorno diventa l’occasione non solo per provare a riallacciare i rapporti con la famiglia, ma anche per un lungo viaggio nel proprio passato alla ricerca delle ragioni che hanno determinato la sua scelta, in relazione alla condizione socio-economica della propria famiglia. Eribon analizza i meccanismi di esclusione sociale che attraverso politiche mirate della scuola e della politica abitativa, ad esempio, hanno sempre costituito meccanismi di emarginazione a vantaggio di una sempre più profonda forma di dominazione. È così che in questa progressione, che parte dall’elemento autobiografico per risalire ad una analisi più complessiva, che lo sguardo di Eribon si allarga in quel crescendo che lo coinvolge doppiamente per la sua omosessualità, un’ulteriore ragione di esclusione, e al contempo per il suo radicale rifiuto di questo ordine così costituito. L’ultimo anello di questa catena della sua analisi trasferita sul piano sociale, politico e storico consente allo scrittore di riflettere sulla politica della sinistra e sull’incapacità di questo movimento maggioritario di accettare, ad esempio, la novità dell’immigrazione più massiccia, che a partire dalla fine degli anni ’60 ha interessato le politiche del Paese.

 

 

Una analisi dura e senza sconti che Eribon muove a quelle politiche con uno sguardo alle nuove contestazioni, ai nuovi movimenti che sembrano conservare alcuni tratti di quel passato. Jean-Gabriel Périot con un lavoro esemplare, che fa di questo film un pezzo unico per la concezione e la solida struttura che lo sorregge, fa sua l’elaborazione del sociologo francese e costruisce un film in cui sa contemperare la razionalità delle analisi, con la trasparenza delle immagini, che tradiscono il preliminare e grandissimo lavoro di ricerca d’archivio, restituendo al pubblico quel crescendo che non è enfatico, ma frutto di una certezza e di una giustezza dei principi difesi e ai quali si inneggia. Se qualcuno si chiedesse cosa è oggi un film che rifletta il pensiero e il ragionamento profondamente politico attorno e sul suo formarsi, della classe sociale operaia o comunque proletaria, non vi è dubbio che sarebbe proprio un lavoro come quello che Périot mutua da Eribon.

 

 

Una forma, quella scelta da Periot, che abbandona ogni semplificazione per una riflessione articolata e scomoda, come quella dalla quale prende le mosse, anche intrisa di un sordo risentimento soprattutto rivolto alla sua parte politica alla quale rimprovera gli errori commessi e l’incapacità di costruire il dissenso, anzi di fomentare l’esclusione. Il discorso di Georges Marchais, segretario del partito comunista francese per molti anni, è sintomatico di questo abbandono delle politiche proprie del blocco sociale che si vuole rappresentare. In questa stimolante complessità, il film di Périot producendo pensiero, intreccia con rigore logico il profilo collettivo con quello personale, ed è così che l’autobiografia iniziale diventa storia di un’intera classe sociale in una comunanza di intendimenti, di errori, di bisogni insoddisfatti e di categorie mentali. Retour à Reims  è dunque un esperimento che coniuga un intimo desiderio di raccontarsi, l’intenzione di uno studioso di ragionare sulla propria identità politico-sociale, dopo avere in altri studi ragionato sulla propria identità sessuale, ma anche su un periodo politico cruciale in cui molti avvenimenti hanno animato e deluso speranze. Tutto sembra riflettersi nel film, in quell’uso consapevole dei ricchi e straordinari materiali d’archivio dentro i quali Retour à Reims sembra cesellato con l’incastro preciso di questi reperti, che diventano vetrina di un mondo storicamente finito, ma ancora oggi carico di significato in quella perpetua attualità del disagio che non muta se muta la ragione dentro la quale matura. Periot sa leggere il momento politico dell’oggi e sa farsene interprete, integrando il lavoro di Eribon. È così che il suo film, dentro il quale la voce appassionata di Adèle Haenel diventa il tessuto sul quale si stendono i ragionamenti che raccontano le disillusioni di una intera classe, di un intero popolo della sinistra, sa però concludersi con una sferzata di fiducia per i movimenti che in questo nostro controverso presente si costruiscono attorno al pensiero del dissenso, diventa, pur nell’enfasi che lo contraddistingue nelle ultime immagini, il segno di una rivalsa e di una possibile soluzione e non è un caso che l’ultima parola del film sia “rivoluzione”.

 

 

Su Arte, visibile sino al 27 febbraio 2022.

 

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