L’abisso generazionale: Il punto di rugiada di Marco Risi

È tutto nel titolo. Che di per sé possiede anche un suo lirismo: il punto di rugiada è l’attimo esatto in cui il freddo dell’aria si scontra con il tepore e il calore della terra generando fenomeni atmosferici particolari. Questa instabilità termica, nel diciassettesimo lungometraggio di Marco Risi, è la dimensione metaforica che traduce uno shock emotivo generato dall’incontro, dal confronto e dall’inevitabile scontro, tra vecchio e nuovo, anziani e giovani, nostalgia e desiderio. Cosa succede ad un giovane che entra in una casa di riposo per anziani? Che cosa pensa un anziano quando si rivede giovane? La distanza generazionale è riducibile? A queste e altre domande il film di Risi prova a rispondere innescando una vicenda che cerca di mantenere in equilibrio i toni di una graffiante commedia a quelli di una riflessione patetica sullo stato delle cose ma cedendo, a conti fatti, alle lusinghe malinconiche della vanità. Quindi, restando sul titolo, l’invito è quello di guardare il film in modo frontale, lineare, diretto senza vie di mezzo, senza inciampi o alternative e, paradossalmente, questa tensione a dover giustificare tutto, questa idea commemorativa e colma di citazionismo, di maniera, di autoreferenzialità, certamente rappresenta il limite del film ma pure la sua forza perché, fin da subito, sembra che il film non riesca a fare a meno di guardarsi dentro, rispecchiarsi, autocelebrarsi invocando un modello cinematografico, un’immagine, un corpo che non c’è più.

 

 

D’altra parte lo stesso Risi lo ha dichiarato senza troppi giri di parole: «Mi interessava l’abisso generazionale tra chi è vicino al grande traguardo e chi ha ancora davanti tutta la vita. Il film nasce intorno a queste relazioni e al sentimento che si sviluppa nell’arco del film tra i vecchi e i due giovani destinati ad accudirli, se all’inizio c’è sarcasmo da parte di quelli e insofferenza da parte di questi, andando avanti prenderà un altro tipo di piega».
Eppure, sempre fin dal titolo, tutto è immerso nella contemplazione di una nostalgia che rivela la direzione del film di addentrarsi nei luoghi della vecchiaia restituendone, tuttavia, un’immagine stereotipata e accomodante. Il punto di rugiada non cerca la plausibilità, ambisce all’empatia, ma rimane imprigionato in un inconsistente sentimentalismo che si frantuma nelle pieghe di un racconto che inciampa in schemi piatti e pigri, linee dritte e senza curve, anche quando si trasforma in mausoleo (e questo sarebbe potuto essere un elemento interessante), in una rilettura nostalgica di un modello cinematografico e di un padre. Così, Carlo, un ragazzo viziato e sregolato, una notte provoca da ubriaco un grave incidente d’auto per il quale viene condannato a scontare un anno di lavori socialmente utili in una casa di riposo.

 

 

Qui conosce un vecchio di nome Dino, sarcastico, scorbutico, cinico ma anche attento e stimolante. È lo stesso Risi a precisare la scelta di un nome evidentemente non casuale: «Nel personaggio di questo anziano ho trasferito molti dati caratteriali di mio padre ma anche oggetti fisici: per esempio il bastone che usa in scena Massimo De Francovich era suo, glielo avevo regalato quando nei suoi ultimi anni iniziava a essere meno sicuro sulle gambe; così come erano di mio padre la penna stilografica che si vede in scena con le sue iniziali D.R. incise e l’album di ritagli fotografici degli anni ‘70 che Carlo sfoglia quando entra nella stanza di Dino».
È solo l’inizio di un film che, a partire dal titolo, pur nella sua tenerezza, vorrebbe andare oltre la soglia della morte ma restando imbrigliato nella sua ambizione finisce con il soffocare senza lasciare ricordo di sé e senza riuscire ad affrontare quell’ideale cambiamento di sguardo, di vita, atteso.