Si definiva un «disoccupato dell’arte», eppure mai avrebbe smesso di scolpire. Prediligeva «statue classiche», «dèi e santi», ossessionato dalla figura umana – dalla pietra al bronzo -, spesso plasmata a partire da sé, dal suo corpo d’artista. Concepiva la creazione come un atto erotico, aveva avuto due figli da due donne diverse, possedeva un sentimento e una sessualità fluidamente scontornati e tuttavia inconciliabili – come il resto – con la sua indole solitaria, con il richiamo insistente della «tana», con una natura gentile ma spaventata dalle prigioni dei mondi umani e dunque votata, se non condannata, alla fuga, al buio. Si era dato esilio e asilo nella campagna toscana, in mezzo a ulivi e capre, suoni e silenzi d’altrove; nella sua libreria, tra Anche le statue muoiono e Vasari e Benvenuto Cellini, erano di stanza anche dicotomie necessarie come la Storia dei papi e il dvd di Matrix Reloaded. Per oltre trent’anni,  nella pancia della terra, a 650 metri di oscura profondità in una grotta delle Alpi Apuane (peraltro da lui scoperta sul finire degli anni Ottanta), tra ore e ore infinite per scendere e risalire, ha herzoghianamente lavorato alla realizzazione di un gigante di marmo disteso nudo nel sonno del tempo.

 

 

È stato, il fiorentino Filippo Dobrilla (1968-2019), uno speleologo e uno scultore, un artista poco propenso ai fasti e alle tendenze (tra i propulsori del suo talento, c’è Vittorio Sgarbi, presente anche nel film) e a cui è stato riconosciuto meno di quel che in fondo lui stesso si aspettava e gli spettasse, inchiodandolo a una disappartenenza che insieme lo ha salvato e confinato,  tra il solipsismo inquieto dello spirito e le visioni nutrite da mondi lontani, quelli dei grandi, dei «giganti» del Rinascimento. Ed è Dobrilla il Caveman di questo documentario firmato dal lucchese Tommaso Landucci, classe 1989 – regista formatosi sui set di Claudio Giovannesi e Luca Guadagnino, (mentre ci sarà James Ivory come executive producer del suo esordio nel lungometraggio di finzione) –, giovane autore  che ha dovuto accettare l’imposizione produttiva del titolo ma che rintraccia piuttosto nel sottotitolo, Il gigante nascosto, il segno reale dell’artista e dell’uomo Dobrilla, la misura incerta della sua verità, la specificità concreta e fragile del suo sentire, la radice essenziale della suo essere.

 

 

Una lavorazione durata anni, tra riprese e lunghe pause, con direzioni di sguardo e di racconto mutate dopo la malattia che ha colpito Dobrilla, un tumore alla gola che lo ha ucciso nel 2019. Un film lineare eppure duplice, tra la superficie e l’abisso, fatto di segni infermi, di tracce che sono interferenze sottili, composto di un tempo che attraversa la vita tra le immagini del presente e quelle di archivio, un documentario in divenire e in digressione. Un film dove la morte si infila improvvisa, dapprima distratta, poi decisa, inaggirabile ma in ultimo strappata al tragico, alla fine. Un fluire di memorie di pietra dal sottosuolo e di perpetui smarrimenti terrestri, tra rifugio possibile e impossibile riparo; un’opera che insegue il desiderio verticale del protagonista in un inventario audiovisivo intimo e imprevedibile, che impasta le immagini di materia e di carne, di oggetti quotidiani e di creazioni d’artista, di fughe in movimento e da fermo, tra il gesto di Dobrilla e le sue parole tratte da lettere e interviste (qui recitate da Alessandro Benvenuti). Un film di prossimità e di lontananza – presentato alle Notti veneziane delle Giornate degli Autori 2021 – che nasce sottoterra e che infine raggiunge il mare, il Mito, la grotta di Ulisse. Un approdo, forse un ritorno, forse il misterioso, doveroso, desiderio di un’origine.

 

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