He screams like a girl!

Quante storie dietro lo schermo! Quante storie private hanno arricchito la storia del cinema, tante da sembrarne il riflesso, un’altra storia che limpidamente, come le calviniane città invisibili, sembra che si specchino l’una dentro l’altra. È in questa accezione, che appartiene comunque al mondo dello spettacolo, che le vite dei protagonisti, più o meno amate dal pubblico, più o meno note, ad un certo punto mostrano il loro vero volto e lo spettacolo del cinema, si trasforma in quel riflesso di spettacolo della vita. È il senso di leggera malinconia, di lieve sgomento che tocca corde quasi segrete, quello che lascia questo film che con l’estetica horror anni ’80 entra nella vita e nei sentimenti di Mark Patton, già giovane e promettente attore hollywoodiano. Sua una parte nell’altrettanto malinconico Jimmy Dean Jimmy Dean, film quasi dimenticato del maestro Altman e poi protagonista del sequel di Nightmare on Elm Street del 1985, in Italia tradotto, molto più semplicemente, Nightmare 2, la rivincita, per la regia di Jack Sholder, scritto da David Chaskin. Film definitivo per Mark Patton stritolato non solo dall’insuccesso al botteghino, che resta il meno amato della serie, ma soprattutto perché quel film conteneva un quanto mai esplicito sottotesto gay.

 

 

Il vero problema è che Mark Patton viveva nella realtà la sua omosessualità e quel film ne accentuò il disagio, tenuto conto che si era nel 1985, in piena epoca di esplosione dell’AIDS, che sembrò davvero diventare la punizione divina per il mondo omosessuale e transessuale, che, invece, proprio da quella epidemia virale seppe trarre la forza per diventare movimento e rivendicare progressivamente diritti e aspettative. Ma nel 1985 le cose stavano diversamente e se nel frattempo si scopriva la fragilità, non solo esistenziale, dei machi hollywoodiani, dall’altra parte partiva la corsa del gossip maldestro e un po’ volgare alla ricerca del divo malato, con l’esclusiva del suo corpo smagrito e sofferente sul letto di morte. Hollywood si scopriva a sua volta fragile e altrettanta debolezza mostrava lo star system non sempre in grado di reggere il colpo. Anzi, al contrario, il film e molti altri sintomi dell’industria del cinema di quegli anni dimostravano l’omofobia che regnava ad Hollywood e di cui Patton, insieme a molti altri, fu vittima. Chaskin fu complice, secondo Patton, di questa maggioritaria diffidenza nei confronti dell’omosessualità e il secondo Nightmare, peraltro così lontano dall’idea craveniana di sviluppo del personaggio di Kruger, ne costituisce la prova evidente. Sicuramente il film colpì il debole carattere di Patton, che abbandonando ogni sogno di gloria dopo quel film che sembrava avesse scoperchiato il suo segreto, mostrato la “colpa” contro il genere umano, si rinchiuse nel suo mondo e anzi sparì agli occhi del mondo per rifugiarsi in Messico.

 

 

Roman Chimienti e Tyler Jenseen indagano su Mark Patton oggi gay consapevole e attivista del vasto movimento, uomo dalle idee chiare che non ha più bisogno di nascondersi, ma deve fare i conti con il proprio passato e per chiudere quella vicenda, vuole, deve incontrare David Chaskin, lo sceneggiatore che negli anni negò sempre il sottofondo gay che dominava quel film. Da quell’incontro il chiarimento finale e quasi inespresso, mitigato dal tempo che contribuisce a seppellire una parte di quel passato e rimarginare una parte di quelle ferite.  È così che Scream, Queen! My Nightmare On Elm Street  (al Monsters – Taranto Horror Film Festival) opera apparentemente giocosa che dovrebbe costituire un focus su un fenomeno dello spettacolo, sull’horror come veicolo giovanile di esorcizzazione delle paure e centrata finalizzazione dello spettacolo del cinema come manifestazione onirica della veglia – di cui il personaggio di Freddy Kruger costituisce una sintesi perfetta e forse irripetibile, non a caso creata dalla genialità di Wes Craven – si trasforma in un film dove dominano i sentimenti, dove il protagonismo della sensibilità di Mark Patton diventa il tema, il racconto minimale di uno spirito fragile che cercava nella gloria del cinema una sua affermazione e che oggi espone ogni sua debolezza, mettendosi in gioco senza paura di dichiarare la sua omosessualità come segno distintivo dell’esistenza. Segno dei tempi con la conquista dei diritti, ma anche piccola magia del cinema che ammala e guarisce le sue anime resistenti.

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