Quante volte ci è capitato di essere accolti dal sorriso enigmatico di una commessa in un negozio, di una impiegata in un ufficio o di una hostess in un aereo e di chiederci se quel sorriso corrispondesse a un reale sentimento di felicità o fosse solo una maschera indossata per dovere professionale che celava i problemi e i dolori inevitabili della vita? Quante volte abbiano tentato di carpire, come Leonardo dalla sua Gioconda, il mistero della vita dal volto sorridente di qualcuno che per un istante ha incrociato la nostra vita. O meglio: quante volte abbiamo cercato di sondare il mistero della nostra vita, quella che talvolta celiamo a noi stessi per non farci troppo male, proiettandolo sullo specchio fugace di uno sconosciuto, pronto a restituire delle risposte alle nostre domande sicuramente meno sconquassanti delle risposte alle domande rivolte direttamente alla nostra immagine nello specchio?

 

 

È quello che hanno tentato di fare con grande onestà e con grande intensità di racconto e di immagini Julie Lecoustre e Emmanuel Marre nel film Rien à foutre, fuori concorso al 39esimo Torino Film Festival nella sezione «Surprise», dove raccontano la storia della ventiseienne Cassandre, che vive a Lanzarote e passa la sua vita immersa in un ciclo senza fine di sessioni di volo (fa la hostess per una compagnia low-cost), sballo in discoteca a suon di musica, alcol e droghe, avventure sessuali con sconosciuti rimorchiati su app di incontri e giorni off trascorsi letteralmente col cervello off.  Il ritratto è quello impietoso di una ragazza che fugge dalla propria vita, abitata da un mistero di perdita che lei stessa ubriaca svela subito senza alcuna emozione. Sarà la vita stessa a costringerla a recuperare le emozioni rimosse legate a quel mistero. Lo sguardo dei registi è efficacissimo nel mettere a fuoco un tratto caratterizzante dei giovani della generazione Z che, a differenza di quelli delle generazioni precedenti, spesso travolti dalle emozioni per mancanza di strumenti con cui decodificarle e gestirle, sono impacciati da una mancanza di emozioni generata da un eccesso di strumenti e informazioni. Ma il modello del coming of age si rivela anche per Lecoustre e Marre un antidoto irresistibile per risarcire i vuoti di senso e di emozioni, concedendo alla protagonista e allo spettatore qualche speranza di redenzione.

 

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