Reificare il passato in Lo spazio vuoto, di Stefano Testa e Alberto Ceresoli

Su queste stesse pagine poche settimane addietro, scrivendo qualche riflessione sul film di Giovanni Piperno e Stefano Rulli Il figlio più bello, si ragionava sulla potenza del cinema come pratica terapeutica dello spirito, come lenimento per le ferite dell’esistenza. Un carattere delegato all’arte nella sua totalità, che il cinema, forse come parente più povero e ultimo arrivato, eredita direttamente con il suo bagaglio di funzionalità sempre istintiva dell’immagine, di costruzione logica o meno dell’eloquio interiore che si opera attraverso la successione delle sequenze. Anche il film di Stefano Testa e di Stefano Cerasoli, con altre intenzioni e altre modalità narrative che si proverà a raccontare, assolve alla stessa funzione terapeutica, alla stessa natura di cinema in cui l’indagine diventa ricostruzione interiore della propria stessa biografia, così come la conoscenza diventa pacificazione e riconciliazione. Non è un caso, che con assoluta adesione alle regole scritte o non scritte, il film abbia trovato la sua giusta collocazione all’interno del Biografilm Festival, la manifestazione bolognese dedicata alle storie di vita come recita la stessa presentazione e dove, nella sezione italiana, Lo spazio vuoto ha vinto il Premio Hera per i nuovi talenti.

 

 
Lo spazio vuoto è al tempo stesso la ricostruzione di più biografie, è un’indagine sul suicidio di una giovanissima donna subito dopo il parto del secondo figlio, ma è soprattutto il tentativo per Alberto Ceresoli, che con Stefano Testa ha realizzato il film, di riempire e dare senso a quel tempo mancante del proprio passato, un desiderio sempre più urgente la cui soddisfazione diventa reificazione del passato assente. È per questa ragione che, come si legge nelle note di regia del pressbook, il film vive nell’intreccio tra ricerca e immaginazione. È nella notte del 13 ottobre 1990, dopo avere appena dato alla luce Alberto, il secondo figlio, che Luigia De Santis, chiamata Luisa, di 19 anni si lancia nel vuoto dal sesto piano dell’Ospedale di Montichiari in provincia di Brescia. I figli, dopo la tragedia, dopo una breve convivenza con la nonna e lo zio, furono adottati. Oggi Alberto rincontra il proprio padre biologico, lo zio e le amiche della madre, rincontra sé stesso bambino e prova con questa indagine a ricostruire ciò che manca, a riempire quello spazio vuoto della vita e dei ricordi, a sostituire all’idea astratta della madre una stabilità del ricordo che diventi conquista definitiva. Un confronto tenero e duro, fatto, come sempre di verità nascoste e supposizioni postume che ricostruiscono fatti e caratteri, intuizioni tardive, fondate riflessioni. È molto interessante l’approccio al film, il suo registro stilistico che costituisce la struttura narrativa. È del tutto esplicito il racconto in soggettiva adottato dai due autori, il controcampo occupato dal narratore/indagatore, lo stesso Alberto, il soggetto che guarda che si identifica con l’obiettivo.

 

 
Benché pratica più volte utilizzata dal cinema non fiction quando il racconto è delegato al testimone, tuttavia, in questa occasione, è quasi una specie di aura delle immagini che sa riflettere un altro stato d’animo, è la macchina da presa che sembra affondare i suoi nervi recettori dentro i volti dei testimoni. È quella stessa profondità che la macchina da presa ricerca e ottiene nella fissità di sguardo e di attenzione sulle fotografie che ritraggono la Luisa felice o bambina, abbandonata e spensierata su un prato o con un sorriso quasi enigmatico mentre guarda l’obiettivo o con lo sguardo diretto in altra direzione nella classica fotografia scolastica di fine anno. Sospeso, quindi, tra ricordi e desiderio di ricostruire nel presente la figura materna, ma anche quella paterna del tutto mancante a seguito dell’adozione, Lo spazio vuoto, con il suo sottile dolore e la sua tragica verità, si manifesta come una sorpresa che sa dare vitalità al cinema sia per il rigore stilistico che i due autori hanno saputo imprimere al loro lavoro, sia per la capacità di esplorare un passato sconosciuto o almeno in parte sconosciuto, abitandolo attraverso i racconti e le immagini, in un silenzio meditativo che diventa un altro carattere forte del film. Quella meditazione che serve per acquisire a sé stessi lo spirito di qualcosa che sembra sfuggire per sempre, come il volto di una persona scomparsa da tempo o mai conosciuta eppure così centrale nella propria vita. Quella stessa meditazione che serve a reificare il passato, quel passato che si fa vero nelle parole e nelle immagini, quel passato in cui Luisa c’era e Alberto ancora non esisteva, quel passato in cui Luisa e Alberto si sono passati di mano il testimone per la corsa dentro la vita.