C’è tanto sapore di cinema e folklore indiano in Tumbbad, anche se le parti rimandano spesso a un immaginario occidentale: merito della sua capacità di mescolare i generi con divertimento, attraverso una storia che pure è divisa fra il piano materiale e quello ideale. Nel primo caso, infatti, ci sono i problemi economici di una famiglia che vede al centro della storia Vinayak, figlio illegittimo del signore locale, che nel corso di tutta la sua vita sarà afflitto dal problema di procacciarsi il denaro utile a mantenere il proprio stile di vita. Nel secondo, il tesoro del rinnegato Dio Hastar, che la dea madre Devi custodisce nel suo ventre. Letteralmente, dal momento che il lavoro dei due registi Rahi Anil Barve e Adesh Prasade è volto proprio a esplorare le possibilità visionarie del fantasy senza compromessi. Così, sin dal prologo con il protagonista bambino alle prese con la nonna, posseduta dal Dio/Demone, si assapora il gusto ludico delle classiche avventure di pirati, il piglio ipertrofico del cinema spettacolare bollywoodiano e un senso del mistero che è pura materia da horror anni Ottanta. Un pastiche tra Salgari, i Goonies e le derive carnografiche di un Sam Raimi o un Cronenberg prima maniera, volendolo sintetizzare in poche battute: compito peraltro non facile perché quando pensi di averlo ingabbiato nello schema perfetto, Tumbbad devia, rilancia e cambia scenari, spostandosi ancora avanti nel tempo e intrecciando anche il suo percorso con i cambiamenti interni alla Storia dell’India.

 

La capacità dei due registi sta tutta quindi nel modo in cui riescono a puntellare i difetti con i pregi, alternando intenzioni più alte a pratiche squisitamente “basse”. Ecco quindi che il bisogno di denaro spinge Vinayak alla ricerca delle monete d’oro di Hastar e il gusto per l’avventura si rispecchia in una parabola sulla forza ossessiva dell’avidità, che il film snocciolerà attraverso un confronto trans-generazionale (nell’ultima parte, infatti, interviene anche il figlio del protagonista). In mezzo c’è il piacere visivo di un’opera felicemente tattile, vischiosa, che non a caso procede con un ripiegamento sempre più interno, dal mondo di fuori flagellato da piogge costanti e che costringe i protagonisti a muoversi tra terreni fangosi e interni in perenne penombra, fino alla letterale discesa agli inferni. La caccia al tesoro di Hastar è infatti quella che più accende il film, attraverso l’immersione in una caverna-stomaco che riprende il tema del ventre divino in cui giocare la partita. L’inquadratura si satura per i rossi degli apparati intestinali e il sangue che ricopre il Dio/Demone, e gli effetti digitali si sommano alle frattaglie in gomma e i materiali per gli specialisti degli effetti: comunque sia, principio e fine del bisogno che si tramuta in avidità, in perenne occasione di confronto con i propri desideri. Come in una favola de Le mille e una notte, insomma, con un gusto più coreografico e viscerale, egualmente seria ma non priva di un certo approccio divertito, nonostante le possibili derive tragiche che i presupposti possono facilmente anticipare. Film di apertura della Settimana Internazionale della Critica (fuori concorso), Tumbbad incuriosisce alla prova del pubblico, destinato ad amarne la sfrontatezza o a rifiutarne la peculiarità con cui dribbla gli schemi predefiniti.

 

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