L’opera seconda del regista danese Kaspar Kalle (che ha esordito nel lungometraggio nel 2018 con Christian IV, dopo il cortometraggio Sorte måne) No Rest for the Wicked (in concorso al Monsters Fantastic Film Festival) è un dolente melodramma continuamente venato da un senso denso di inquietudine, sostenuto da atmosfere gelide, silenzi, ombre, nubi improvvisamente squarciate da raggi di sole o epifanie gotiche. Horror atipico e raffinato, tratto dal racconto Manor de1 1884 del tedesco Karl Heinrich Ulrichs (figura pionieristica nella storia dei diritti degli omosessuali), mescola dramma sentimentale e folklore nordico, dando vita a un racconto oscuro nel quale il confine tra amore, superstizione, fede e orrore diventa progressivamente sempre più sottile. Storia di amanti vampiri, traditi dal destino, separati dal mare e dalle leggi dell’uomo, cercano vie di fuga dai propri corpi sepolti per ricongiungersi. Perché basta desiderare più forte per sconfiggere la morte, o per aggirarne le regole. Ambientato nelle remote Isole Faroe del 1862, il film ci introduce in una comunità isolata, dominata da una religiosità rigorosa e da tradizioni difficili da mettere in discussione. Baldur è un giovane pescatore che conduce un’esistenza scandita dal lavoro della pesca e dal rapporto con la madre.

Fino a quando, uscito da solo in barca, incontra Helge che compare in forma di voce dietro nuvole spesse, come fosse un richiamo e al tempo stesso un avvertimento. Helge – si scoprirà poi – è un baleniere danese dal carattere enigmatico e dall’indole libera, destinato a sconvolgere un equilibrio solo apparentemente strutturato. Fin dalla sua prima comparsa ci si chiede chi sia quest’uomo senza casa, venuto ad ammaliare un ragazzo di immatura semplicità. È per suo tramite, infatti, che Baldur scoprirà stretto il suo orizzonte quotidiano di obbedienza a regole arcaiche, come fosse lo specchio di cui si ha bisogno per vedersi davvero e capire chi siamo. E il rapporto tra i due sarà assoluto e lacerante, come i paesaggi, che rappresentano nel film molto più di una semplice ambientazione. Queste isole rocciose e monocromatiche, senza alberi o vegetazione alcuna, sono filmate come testimoni severi della necessità di libertà e leggerezza dei due protagonisti, mentre il mare grigio non smentisce la sua ostilità e il vento minaccia vendette ataviche. In questi spazi desolati la sensazione di isolamento e di oppressione si amplifica anche grazie ad una dimensione sonora costruita attraverso lievi sussulti: accenni di un pericolo di cui è pervaso ogni anfratto, ogni roccia, ogni stanza, che, al tempo stesso diventano occasioni di conoscenza e di ribellione, che mettono in discussione le convenzioni e le certezze di un’intera comunità. La fotografia di Jacob Møller privilegia, si diceva, tonalità fredde, ombre profonde e ambientazioni che restituiscono un immaginario quasi sospeso nel tempo, nel quale bellezza e pericolo sono in costante contrasto. Il risultato sono atmosfere rarefatte entro cui Kalle costruisce la sua narrazione senza fretta, lasciando spazio alla dimensione emotiva dei personaggi e alla progressiva trasformazione del racconto in una favola malinconica e visivamente suggestiva, che attinge dalla tradizione romantica ma sconfina oltre il genere.



