Che bel numero il 26. Noir, pair, passe. Tra il 3 e lo 0. In questi Mondiali è già uscito sulla roulette di Houston e poi su quella di Toronto. Entra ed esce, vale a dire subentra e fa gol. Deniz Undav, il numero 26 in questione, difende i colori della Germania e ha una storia insolita, che a noi italiani – figurarsi a un bresciano – ricorda quella di Dario Hubner. Stesso mestiere in campo, prime punte con un innato senso della rete, stessa lunga gavetta tra i dilettanti, con il tedesco di origini curde che per mantenersi lavora in fabbrica mentre Il Bisonte fa il fabbro, stesso approdo tardivo nel massimo campionato – a trent’anni Hubner, a 27 Undav. E qui le strade divergono, perché il bomber di Muggia, uno dei due calciatori italiani ad aver conquistato il titolo di capocannoniere in serie A, B e C – l’altro è Igor Protti, appena scomparso a soli 58 anni – non ha mai vestito la maglia della Nazionale. L’attaccante dello Stoccarda, che compirà i 30 il 19 luglio, giorno della finale, dal 2024 si trova invece nel giro della squadra di Nagelsmann, che lo convocò per la fase finale dell’Europeo, utilizzandolo però soltanto nei dieci minuti finali della partita con l’Ungheria, per poi concedergli maggior spazio nella successiva Nation League, dove Undev mise a segno i suoi primi tre gol, compresa la doppietta decisiva alla Bosnia ed Erzegovina. Nulla di trascendentale, ma nemmeno cifre trascurabili: prima della rassegna iridata, il suo score era di 9 presenze (sei volte subentrato, tre sostituito, mai una partita intera) impreziosite da 6 reti, compresa una seconda doppietta alla Finlandia messa a segno nell’amichevole del 31 maggio scorso.

Numeri sufficienti per partecipare al suo primo mondiale, senza essere mai stato convocato in alcuna partita di qualificazione, ma non per diventare titolare. Poco male: nella gara d’esordio contro Curaçao, entra al 19’ della ripresa, sul punteggio di 4-1, serve gli assist per le reti di Brown e la doppietta di Havertz e in mezzo sigla la sesta rete della Germania. Il capolavoro però è quello di sabato sera contro la Costa d’Avorio: ingresso al 14’ del secondo tempo, con gli africani avanti di una rete, e doppietta completata al 4’ minuto di recupero che promuove con una gara d’anticipo i tedeschi ai sedicesimi di finale. Nemmeno a dirlo, nell’azione precedente l’ivoriano Diomandè si era divorato il gol che viceversa avrebbe qualificato la squadra di Faé, ma questo fa parte della storia di un gioco nel quale la Nemesi, dea greca della vendetta, come Gioanbrerafucarlo insegnò ai lettori di ogni ordine e grado, ha spesso un ruolo decisivo. Per tornare al numero 26, segnaliamo, sul fronte opposto, la brillantissima prova di Christ Inao Oulaï, ventenne in forza ai turchi del Trazonspor, il più piccolo in campo, ma anche il più imprevedibile con la palla nei piedi, motorino instancabile che abbina quantità a qualità, grazie a giocate entusiasmanti che fanno spesso perdere la… trebisonda ai difensori avversari. In parole semplici, il classico calciatore del quale si dice che vale da solo il
prezzo del biglietto. E a proposito di caratteristiche fisiche, impossibile non notare – soprattutto per la mia generazione, quella delle figurine di Karl-Heinz Schnellinger, Helmut Haller e Albert Brülls – che nelle file della Germania non c’era nemmeno un giocatore biondo e anzi scarseggiavano i visi pallidi. Il mondo è cambiato e soltanto gli sciocchi, con o senza stelle, possono pensare di riportare indietro le lancette del tempo.


