Poiché mi sono già giocato il Brera del calcio logico a posteriori e il Cocciante di Era già tutto previsto, non mi resta che il ranking Fifa, che vede al primo posto l’Argentina, seguita da Spagna, Francia e Inghilterra: ad oggi un possibile ordine d’arrivo del Mondiale, visto che le prime due si disputeranno il titolo e le altre il terzo posto. Questo per ribadire che le sorprese sono state relegate alla fase iniziale della competizione, per poi lasciare spazio alle solite note. Una finale che oppone la squadra campione d’Europa a quella campione del Sudamerica esprime una logica stringente, eppure non ha precedenti, esattamente come le semifinali che vedevano in lizza le prime quattro del ranking mondiale, circostanze queste che inducono ad affermare che la vera sorpresa di questo Mundial, che comunque vada parlerà spagnolo, è proprio la mancanza di sorprese. Certo, la sconfitta in semifinale della Francia dei frombolieri contro la Spagna dei palleggiatori non era scontata, ma il risultato non fa una grinza: le compassate Furie Rosse (un evidente ossimoro) hanno meritato il successo, sia pure favorito da un clamoroso errore individuale (l’esperto Digne che pasticcia di testa su un cross innocuo e poi non si avvede dell’arrivo di Jamal e lo colpisce, procurando il rigore che sblocca il risultato), concedendo poco (tre conclusioni nello specchio) agli avversari, a conferma di una straordinaria solidità.

D’altronde la Roja (termine che è preferibile pronunciare anziché scrivere…) si è guadagnata la finale vincendo sei partite su sette (l’unico pareggio quello a reti inviolate con Capo Verde) incassando un solo gol e allungando a 37 la serie di risultati utili consecutivi, così da eguagliare il record stabilito tra il 2018 e il 2021 dall’Italia di Roberto Mancini, interrotto proprio contro gli spagnoli (1-2) nella sfida di Milano valida come semifinale della seconda edizione della Uefa Nations League. Detto che l’ultima battuta d’arresto della Spagna risale al 22 marzo 2024 (0-1 in amichevole a Londra con la Colombia), e ricordata l’autorevolezza con la quale gli iberici si erano qualificati alla fase finale del Mondiale (pardon, del Mundial), ovvero le cinque vittorie consecutive senza incassare reti e il pareggio interno dell’ultima gara a obiettivo acquisito, vale la pena di tornare un attimo sulla semifinale vinta il 14 luglio (!) ai danni della Francia. Se infatti il sostantivo più utilizzato in sede di commento è stato “dominio”, le cifre – aride per definizione, ma pur sempre utili in serie di analisi – indicano un possesso palla finale del 59% (era del 55% all’intervallo), dunque non così schiacciante, tenuto anche conto che gli iberici erano sul 2-0 già al 13’ della ripresa; dieci conclusioni per parte, con soltanto due tiri nello specchio della porta per la Spagna, a fronte dei già citati tre dei transalpini. In effetti Maignan non ha compiuto una sola parata, trafitto da Oyarzabal dal dischetto e poi da Porro, presentatogli a tu per tu su assist di Olmo.

Il dominio unanimemente sottolineato (i corner sono stati 7-1 per la Francia…) è quindi frutto più di una percezione (del tipo che la Francia non avrebbe segnato nemmeno se si fosse giocato fino alle prime luci dell’alba) che di un’effettiva superiorità. I due tiri nello specchio fotografano i limiti offensivi dei campioni d’Europa, che sia negli ottavi sia nei quarti si sono imposti di misura grazie al subentrato trentenne Mikel Merino (andato a segno poco dopo il 90’ contro il Portogallo e poco prima lo scadere con il Belgio, complice una papera del povero Lemmens). Gli è che la Spagna gioca senza un centravanti di ruolo e schiera all’ala il suo giocatore di maggior talento, Lamine Yamal, fatto questo che lascia perplessi noi Boomer che ben ricordiamo come, ai tempi in cui non era possibile sostituire un giocatore infortunato, lo si dirottava all’ala, considerando dunque marginale quella zona del campo. D’accordo, sono trascorsi sessant’anni, il calcio è cambiato, ma non è che i tecnici di una volta fossero tutti degli stupidì….Ben diverse le caratteristiche dell’Argentina, che sinora ha fatto dell’attacco e della grinta i propri punti di forza, confermati puntualmente nella semifinale contro l’Inghilterra, nella quale – sintetizzando ma non banalizzando- la voglia di vincere dei sudamericani ha prevalso sulla paura di vincere dei britannici. La squadra di Thomas Tuchel (altra stranezza: un tedesco alla guida della nazionale dei Tre Leoni. In tempi di Brexit, poi), passata in vantaggio in avvio di ripresa con Gordon, dopo un primo tempo di rara bruttezza nel quale gli argentini più che a giocare a calcio pensavano a intimidire gli avversari, i quali dal canto loro non combinavano granché, ripeteva lo stesso errore commesso cinque anni fa nella finale dell’Europeo con l’Italia (allora il ct era Southgate) badando soprattutto se non esclusivamente a difendersi. Trasformati i sedici metri finali in una sorta di Fort Alamo, gli inglesi hanno puntualmente fatto la stessa fine di David Crockett e compagni nell’assedio del 1836, con la non trascurabile differenza che saranno ricordati come degli sprovveduti e non degli eroi.

Nonostante fossero alti mediamente il doppio degli argentini, i Bianchi sono andati immediatamente in difficoltà nel gioco aereo, a dimostrazione che oltre alla stazza fisica contano la qualità dei traversoni e il senso della posizione. Emblematica in questo senso la rete della vittoria, scaturita da un cross (di destro, non il piede prediletto, ma nemmeno una semplice stampella) di Messi per la testa di Lautaro, in campo da pochissimo. Era il 47’ della ripresa, e l’Argentina aveva impattato appena cinque minuti prima con un tiro dal limite di Enzo Fernàndez (sempre servito dal numero 10 dell’Albiceleste) senza che il copione fosse mutato: Argentina arrembante, Inghilterra in trincea. A proposito di percezioni: già prima della mezz’ora era chiaro al colto e all’inclita che se l’Argentina fosse riuscita a pareggiare – e il gol era nell’aria, rimandato soltanto dai legni e un paio di buoni interventi di (Mary) Pickford – avrebbe poi vinto senza ricorrere ai supplementari. Così è stato e con pieno merito, al netto dell’incomprensibile atteggiamento rinunciatario degli inglesi, addirittura sbadati in occasione del gol del pareggio. In tutti i precedenti corner battuti dalla destra
infatti, Messi aveva appoggiato a ritroso per un compagno che gli restituiva immediatamente la palla. Così è stato anche in quell’occasione, senza che dal fortino uscisse tempestivamente qualcuno a contrastarlo: di lì l’assist indisturbato a Fernàndez. L’Argentina irrompe così in finale all’insegna di una nuova rimonta in zona Cesarini, dopo quella clamorosa con l’Egitto, e con la bellezza di 19 reti realizzate (cinque partite con tre gol, due con due) ma anche sette al passivo, avendo mantenuto la porta inviolata soltanto nella prime due uscite contro Algeria e Austria. Miglior attacco contro miglior difesa: la sfida perfetta.


