Un thriller perimentrale, che scaturisce dall’idea di una comunità chiusa, esclusiva, in cui le colpe e le assoluzioni circolano sottotraccia, come un benefit di esclusiva competenza della ristretta cerchia cui si appartiene. Limpido e torbido allo stesso tempo, Acque profonde : ancora un amore (in)fedele per Adrian Lyne, ritrovato a venti anni di distanza da Unfaithful in perfetta forma per questo riadattamento di uno dei romanzi più apprezzati di Patricia Highsmith. Il focus è sulla coppia, ma la prospettiva è quella sociale: ciò cui mira il regista è prevalentemente la trama di relazioni, giudizi compromissori, avvertimenti impliciti che fa da rete di salvataggio per ogni fatto e misfatto si celebri nella piccola comunità in cui vivono Melinda e suo marito Vic. In certi momenti sembra quasi un horror, sguardo society alla Yuzna degli anni ’80 o aggiornato alla Jordan Peele. Lei è irrefrenabile nella sua sensualità (Ana de Armas, attrazione fluida), svicola da un amante all’altro sotto gli occhi del marito, che troppo la ama per com’è e subisce in silenzio il suo destino: unico uomo che vuole restare con lei… Ben Affleck serve la impassibile passione di Vic come fosse in stato di trance, una sorta di delirio sognate di possessione per interposta persona. Gli amici ammiccano consenzienti, provano a fargli capire che tutto sommato non sta bene accettare tanta sfacciata libertà, che in città si parla e si sa, ma tutto scorre nella norma di un vivere socialmente corretto che cova il male come fosse qualcosa di coriaceo e istintivo.

 

 

L’innocenza ha il faccino troppo furbo della piccola Trixie, che comanda Alexa a dispetto della madre e s’ingegna con l’intelligenza che ha preso dal padre, il quale vive della rendita del microchip per droni che ha inventato, capace di uccidere persone (anche innocenti) con perizia chirurgica. Nessuno gliene fa una colpa, men che meno lui, che anzi, per spaventare l’ennesimo belloccio con cui si diverte Melinda, non esita a dargli ad intendere che è stato lui ad uccidere quel Malcom MacRae noto per essere stato amante di sua moglie e per essere sparito nel nulla…
Adrian Lyne racconta tutto questo come fosse un esercizio di galleggiamento sull’acqua stagnante dell’ipocrita way of life imperante nell’America media: davvero non c’è tensione, ma non per un difetto strutturale, bensì per la grande intuizione di raccontare un thriller a polarità invertita, dove è il bene l’eccezione alla maligna regola, dove i sentimenti sono viscidi e strisciano come lumache tenute a digiuno per poterle mangiare. L’universo in cui si muovono questi personaggi è come una serra, Adrian Lyne regola la temperatura così da far emergere l’inquietudine profonda del male. Melinda diventa una sorta di vedova nera che tesse la tela su cui Vic si eserciterà con automatismo quasi inconscio. La circolarità della narrazione si chiude sul suo sguardo di astratta complicità col marito, a tenere l’inizio e la fine di una storia che galleggia a corpo morto sull’ipocrisia della cattiva coscienza sociale. L’integrazione è una costante del male…

 

 

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