Quella canadese, tanto di lingua francese quanto inglese, è una delle cinematografie contemporanee più stimolanti. Nel corso degli anni, al di là degli autori meglio conosciuti, sono numerose le voci indipendenti che si sono poste all’attenzione e che purtroppo in Italia sono rimaste ancora quasi del tutto nascoste salvo rari casi (uno degli esempi più recenti è il sorprendente Le bruit des moteurs di Philippe Grégoire, in concorso al Torino Film Festival del 2021, mentre, anche qui solo per citare un titolo, l’altrettanto fiammeggiante Sugar Daddy di Wendy Morgan con una sublime Kelly McCormack non ha finora trovato visibilità). Sono opere molto diverse fra loro per stile e narrazione, a conferma di una pluralità di approcci al cinema. In tale contesto di ricerca si colloca alla perfezione Le rêve et la radio (alla Settimana della critica di Berlino) di, rispettivamente al secondo e primo lungometraggio, che di Le rêve et la radio sono anche sceneggiatori (insieme a Geneviève Ackerman, pure attrice nei panni di Béatrice) e interpreti nei ruoli di Eugène e Constance, ovvero due dei tre protagonisti di questo lavoro nel quale coesistono spinte sperimentali, tracce narrative, militanza anarchica, vite vissute fuori dalle convenzioni, atti situazionisti contro simboli del potere negli spazi di una Montréal restituita in immagini non convenzionali, al tempo stesso realista e sull’orlo della distopia.

 

 

Le prime scene sono slabbrate (ma tutto il film lo è), aprono i sensi a più livelli percettivi, parole e immagini lanciano segnali che solo in seguito, almeno in parte, si decifreranno. Realtà. Sogno. Lampi di presente oppure di memoria. Gli stati e gli strati si con-fondono, mentre lentamente si fa la conoscenza dell’aspirante scrittore Eugène, della sua compagna Constance che lavora in una radio indipendente, di Béatrice, bohémienne che vaga per le strade, dorme in una tenda in un parco, distribuisce libri ai senza tetto. I tre si frequentano, ogni giovedì nel piccolo appartamento a lume di candela della coppia si riuniscono per delle sedute di lettura, Béatrice appare e scompare fin quando una sera in metropolitana incrocia lo sguardo di un uomo (tutti i personaggi sono all’incirca trentenni), lo segue, a lui cade il cellulare, lo recupera, lui, che si chiama Raoul, la contatta per riaverlo. Ma risponde Constance e le dinamiche fra i quattro prendono strade inattese (a meno che, come si dice a film avanzato, tutto non fosse stato programmato…).

 

 

Raoul è misterioso, è una rock star attivista di un gruppo segreto che pianifica attentati alle stazioni radiofoniche e Constance le può essere utile. Renaud Després-Larose e Ana Tapia Rousiouk scelgono la strada della contaminazione formale, espandono e sintetizzano gli accadimenti in una baraonda di riferimenti culturali che ben si amalgamano, di-segnano una metropoli e una società da una parte repressiva e dall’altra animata dalla ribellione. Guy Debord è il nume di questo percorso, d’altronde Raoul usa un nome finto che di cognome fa Debord. E più avanza, più il film mette in discussione la cronologia data di passato, presente e futuro. In un film pieno di suggestioni, certo troppo lungo (due ore e quindici minuti), ma che vince la sua scommessa grazie al suo sguardo unitamente solido e fragile.

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