L’imperfezione di ciò che non può essere detto in Tár, di Todd Field

Era da anni che Todd Field aveva abbandonato la regia e con Tár, in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, è tornato dietro la macchina da presa per dare vita ad un film complesso e articolato, sicuramente anche imperfetto e tormentato come la sua stessa protagonista. La interpreta una svettante Cate Blanchett che domina la scena in una superba interpretazione di un personaggio che sembra raccogliere il meglio e il peggio di una femminilità ambiziosa e dominante in quell’incessante controllo del potere così faticosamente acquisito. Lydia Tár è la direttrice dell’Orchestra Filarmonica di Berlino e già allieva di Bernstein. L’aspirazione che coltiva, in un presente sempre più denso di trappole che ostacolano il pieno godimento del successo, è quella di raggiungere le vette del suo maestro cimentandosi in un lavoro che si ritiene sia prettamente maschile. I sotterranei giochi di potere e le trame invisibili o immaginarie per escluderla da questi massimi risultati e dalla direzione della prestigiosa orchestra, logorano i nervi di Lydia che dal canto suo ha un passato da nascondere. Le relazioni con alcune componenti del suo entourage che occasionalmente si ripresentano minacciando il suo presente, gettano un’ombra sinistra sulla sua attuale condizione e sulla sua figura pubblica così apprezzata e apprezzabile in una sfera culturalmente alta, in quel segmento in cui la cultura diventa modello da imitare, in quelle sfumature anche identitarie di una classe sociale e di una condizione esistenziale.

 

 

Il film di Todd si misura con queste non semplici questioni e aggiunge un altro difficile carico quando declina il racconto nel verso della ancora più complessa questione che guarda alla condizione femminile. In questa prospettiva la necessaria e incessante gestione del potere, sempre pronto a sfuggire di mano, genera il quotidiano logorio che apre alle fragilità mostrando le debolezze e le incertezze che a loro volta aprono abissi di paura nei quali la coscienza sembra sprofondare. Lydia è vittima di questa ambiguità. Da una parte la necessità e l’urgenza di manifestare e mantenere il potere acquisito e dall’altra la sua condizione umana segnata dai desideri e da una diversità sessuale che resta materia riservata al suo privato, ma che ella stessa sembra considerare il nervo scoperto della sua vita. È in questa misura così sfuggente e così poco narrativamente manifestabile che Tár, nella sua eleganza formale, sa farsi opera complessa e produttiva di pensiero, nella stessa misura in cui la sua scrittura sembra nascere da una profonda ed efficace elaborazione di queste ambiguità del personaggio, di queste incertezze che fanno mancare il terreno sotto i piedi. Il film, pur nella sua quasi dichiarata imperfezione, è generato da una urgenza che non è narrativa o più semplicemente espositiva di una banale attualità, ma piuttosto sembra volere rappresentare in una sua estremizzazione – per l’appunto attraverso un personaggio femminile – il faticoso percorso al quale ci si espone nel mantenere la condizione di esclusività di un potere diventato forma e modello di vita, contro ogni apparenza e contro qualsiasi lavoro ai fianchi condotto da forze più o meno oscure che lavorano in senso contrario con l’unico scopo di spodestare Lydia proprio da quel podio così lungamente desiderato.

 

 

Il fascino del film risiede proprio nella sua misteriosa forza, più che nel suo tratto narrativo, con la quale, attraverso un racconto a volte frammentario, sa fare emergere con forza le debolezze e i dubbi del personaggio. Tár resta un film ellittico e a tratti neppure troppo lineare nel racconto, ma il suo procedere in quel terreno paludoso e scivoloso che ha a che vedere con i risvolti intimi dello spirito della sua protagonista, diventa materia affascinante alla quale lasciarsi andare. Todd Field realizza forse un film su ciò che non trova immagini per essere detto diventando un film quasi intimo ed è proprio quello il suo profilo più apprezzabile, che turba e chiede allo spettatore nuova elaborazione. C’era quasi necessità di una pausa per ragionare su questi temi, su queste apparentemente scontate forme di affermazione e Tár sembra riempire questo vuoto. Il percorso di Lydia così tormentato dai desideri del successo ci aiuta a sedimentare questi pensieri e non è un caso che il personaggio sia un direttore d’orchestra che, programmaticamente, è colui o, meglio, colei che con il solo movimento delle mani tiene in pugno un intero plotone di musicisti. La sfuggente consapevolezza di quella misteriosa voglia di comando che ha a che fare con la dominazione delle altrui vite, resta innegabile desiderio di espansione della propria influenza e di affermazione della propria autorità, il suo mantenimento apre i vuoti sconosciuti nei quali sprofonda anche la vita della inossidabile Lydia.