Malintzin 17: il titolo è un indirizzo di Città del Messico ed è anche il punto di vista unico di questo film, la prospettiva offerta dalla finestra dell’appartamento al secondo piano in cui Eugenio Polgovsky viveva assieme alla figlia Mile. Viveva e filmava. E filmando raccontava la vita e la realtà alla ragazzina, che si interrogava e lo interrogava, in particolare su un piccione che aveva sospeso il suo nido sui fili della corrente elettrica stesi poco sotto la loro finestra… Perché quel piccione sta lì? Perché non si muove mai? Forse è finto? E perché lo stai riprendendo? Eugenio Polgovsky filma e spiega alla figlia e a noi la realtà di quel piccione e di tutto il piccolo mondo che trascorre sotto la sua finestra: la fase dei perché un documentarista come lui non la supera mai, ci resta invischiato per sempre. E se il destino vuole che la tua vita finisca a quarant’anni, come è successo a Polgovsky nel 2017, un film come Malintzin 17 (nella Tiger Competition di Rotterdam 51, online) diventa una sorta di specchio nel quale si riflette in chiave quasi astratta il tuo approccio alla realtà e al cinema. Lo sguardo di Eugenio Polgovsky nasceva da un rapporto fotografico con la realtà, prima ancora che filmico: il cinema era arrivato in seconda battuta, dopo una folgorazione per l’immagine fissa (la luce, gli obiettivi, la pellicola da sviluppare con le tue mani), ma aveva assunto la forza del confronto diretto e critico con il mondo attraverso il documentario: testimoniando la povertà dei contadini messicani, i soprusi subiti dalle popolazioni indigene, l’infanzia costretta al lavoro. Tropico de cancer, Los herederos, Resurrección

 

 

Malintzin 17 nasce in realtà quasi come un appunto occasionale, da un approccio più introflesso, intimo: documentazione a punto d’osservazione unico declinata in un atteggiamento affabulatorio che trova nel confronto con la piccola Mile il punto di fuga in purezza e sagace ingenuità, orientato verso un mondo a venire che è sospeso su un ascolto sensibile alla realtà. Eugenio non è un affabulatore enfatico con la figlia, risponde alle sue domande invitando alla riflessione, all’ascolto, all’analisi. C’è una sensibilità minimale in questo sguardo fermo, solido e curioso, orientato dalla piccola Mile su quell’immobile piccione che cova sospeso a mezz’aria, a distanza di sicurezza dai predatori della città. E la curiosità con cui il regista distoglie lo sguardo osservando i vicini, fragili momenti di vita che scorrono sulla strada un po’ isolata diventa la tentazione del mondo che vive alla luce del sole, osservato con la curiosità del fotografo che coglie il momento. L’idea alla quale Polgovsky stava lavorando nell’ultimo periodo a Cambridge, prima di morire, era quella di una serie di haiku visivi, frammenti d’osservazione dedicati agli alberi di un giardino: qualcosa di non troppo differente da quello che fa in Malintzin 17, raccogliendo frammenti di vita dalla finestra della sua casa. Materiali che ora sono stati trovati e montati dalla sorella di Eugenio, Mara Polgovsky, sua stretta collaboratrice da sempre, che si sta occupando di gestire l’opera del fratello.

 

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