In un’epoca di continui recuperi di vecchie glorie, la saga di Non aprite quella porta occupa un posto d’onore: nel 2003 è stata lei, infatti, a inaugurare la stagione dei remake deluxe che hanno rivisitato quasi tutti i classici del genere con budget decisamente più importanti dei rispettivi originali. Da lì, l’epopea della motosega è proseguita attraverso costanti re-inizi, frantumando la linearità della narrazione in un pionieristico tentativo di “multiverso” che ha spostato di volta in volta le varie porte da non aprire in case sempre differenti. Dal binomio Platinum Dunes e New Line – artefici del già citato remake – si è così passati alla Millennium Films, che ha tentato di riannodare i fili della mitologia ripartendo dall’originale del 1974 e ora lo stesso fa la Legendary Pictures, con un nuovo sequel del capolavoro di Tobe Hooper, non ignaro di quanto compiuto nel frattempo dalla Blumhouse con gli ultimi Halloween. A garantire la buona fede dell’operazione c’è la produzione di Kim Henkel (che aveva lavorato proprio al capostipite) e di Fede Alvarez, già attivo sul remake de La casa e qui nel doppio ruolo di produttore e co-autore del soggetto. Due figure abbastanza autoriali, insomma, che hanno permesso di gestire senza troppi nervosismi da parte dei fan anche il cambio di regia in corsa, affidata infine al giovane texano David Blue Garcia, distintosi con il thriller a basso budget Tejano.Costante dei vari tentativi è, una volta di più, lo scontro fra due concezioni dell’America: da un lato quella fondata su una perversa idea di conservazione di valori ormai residuali e trasfigurati nelle grottesche maschere di pelle di Faccia di Cuoio e nelle abitazioni fatiscenti del mostro (preferibilmente con tanto di suppellettili ossee e corpi mummificati nascosti dietro quella porta…).

 

 

 

A lei si contrappone una gioventù figlia del suo tempo: gli hippies dei seventies e gli yuppies degli eighties nei primi due film di Toe Hooper e, stavolta, i giovani influencer del web a noi contemporaneo, che prendono possesso dei luoghi storici dell’entroterra texano per farne merce di scambio nel mercato senza regole del neo-capitalismo digitale. Il che provoca un interessante slittamento di senso: sebbene infatti Tobe Hooper giocasse abilmente con i parallelismi tra la follia dei mostri e quella delle giovani vittime – si pensi al carattere estremamente borderline del giovane Franklyn, affascinato dai racconti sulla macellazione dell’Autostoppista – cionondimeno le vittime del film originale restavano personaggi con la cui tragedia il pubblico poteva empatizzare, inquadrandoli nel ruolo dei “buoni” contro i “cattivi”. Stavolta la prospettiva si rovescia e il film non fa mistero nell’attribuire ai giovani un ruolo più negativo, di invasori che arrivano a rompere un equilibrio tutto sommato consolidato. La prima morte, non a caso, sarà causa loro, ai danni di un’anziana inquilina sfrattata troppo in fretta da una casa di cui è ancora legittima proprietaria, scatenando così la rappresaglia di Leatherface. Una gioventù, insomma, figlia di un’arroganza garantita dalla capacità di muoversi abilmente tra i meccanismi della finanza, della tecnologia (si pensi alla vettura con tanto di autopilota o al bus che diventa sala da feste) e di una modernità contradditoria, incarnata dai principali protagonisti: una felice coppia interrazziale, ma con sorella al seguito sopravvissuta a un massacro scolatico à la Columbine e trattata dai parenti come una sorta di mascotte del gruppo. Lo scontro tra culture, dunque, poggia anche su un conflitto tra concezioni diverse della famiglia: quella conservatrice, ma tutto sommato unificata, di Faccia di Cuoio e l’altra dei ragazzi, coesa solo in apparenza, ma poi non troppo diversa da quella realtà manipolata a piacimento attraverso la “maschera” del virtuale.

 

 

 

A garantire l’unico elemento di trasversalità è il personaggio di Sally Hardesty, scampata al massacro del 1974 e reinventatasi come coriacea Texas Ranger: una carriera intrapresa per ritrovare l’assassino dei suoi amici, che però alla prima occasione di confronto la ignora, considerandola ormai parte del sistema di valori che regola la tranquilla vita del suo contesto rurale. Solo quando Sally si attribuirà il ruolo di estranea in cerca di vendetta (schierandosi in tal modo con i ragazzi di città), lo scontro potrà finalmente rinnovarsi.È dunque chiaro come Leatherface assuma una caratura quasi supereroica, di chi raddrizza i torti subiti, sopravvivendo a ogni ferita come un Michael Myers d’annata e ammazzando con rinnovata foga splatter in un altissimo body count che trova il suo culmine nella suggestiva scena dell’autobus. Lo showdown finale si ambienterà tra i resti di una sala cinematografica talmente decaduta da aver ormai assunto l’aspetto di un disadorno mattatoio, in una fusione metatestuale degli elementi che rinnova una volta in più l’idea di un male osmotico che tende ad assorbire gli opposti. Fra i vari slittamenti di senso della storia, però, resta inalterato il grosso equivoco di una saga che ancora si accontenta troppo di rispettare le più classiche iconografie dell’horror adolescenziale: più che un semplice drive-in movie da consumare in distrazione, il Non aprite quella porta originale resta infatti un unicum che riflette in filigrana le origini documentariste e sperimentali di Tobe Hooper, capace per questo di produrre immagini persistenti e lisergiche. Una formula poco replicata da una saga che poi si è accontentata di fare della figura dell’assassino mascherato e armato di motosega un semplice boogeyman da meccanismo seriale. Anche David Blue Garcia non sfugge alla trappola e la sua rivisitazione si abbandona così a un’iconografia di riporto, diligente ma priva di guizzi, tipica della destinazione su Netflix cui il film, suo malgrado ma inevitabilmente, è stato costretto. Un prodotto per chi si accontenta, insomma, gli altri invece aspettino tranquillamente il prossimo restart, dietro l’ennesima porta da non aprire.

 

 

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