La voce è insicura, quell’uomo non sa bene come raccontare la storia sua e della sua famiglia al figlio, che gli ha chiesto di ricordare per lui e lo sta registrando. Quell’uomo è Lei Jiaqi ed è il padre, ormai anziano, di Lei Lei, l’artista cinese autore di Silver Bird and Rainbow Fish, docile e anche dolce film animato, tra le cose più intense e affascinanti viste nella Tiger Competition di Rotterdam51 (edizione online per nulla sottotono, va detto). È evidente che in principio il microfono sia una presenza ingombrante per l’antica discrezione di quell’uomo chiamato dal figlio a raccontare di sé, della sua infanzia e soprattutto di suo padre e sua madre e di sua sorella, nella Cina degli anni 60, quella della Rivoluzione culturale. Ed è importante che Lei Lei, che su quella voce e quei ricordi ha costruito l’intera narrazione del suo film animato, abbia tenuto l’incertezza della primissima registrazione, l’ingenuo tentativo di essere più declaratorio subito fallito e reindirizzato da Lei Lei nella forma del semplice ricordo, della rievocazione personale. È importante perché segna lo scarto tra l’ufficialità della memoria e l’intimità del ricordo, piano inclinato sul quale il regista costruisce il tempo lungo, dilatato, del suo film. Che visivamente è un’esplosione di colori tenui, articolati nel dialogo tra i fondali trovati nel patchwork delle foto d’epoca tratte da giornali propagandistici di quegli anni, con la loro retinatura in bianco e nero di figure, piazze, palazzi, sagomati a mo’ di sfondo, e i personaggi di cui si narra coi volti di plastilina, animati in claymation tarata su forme naïf.

 

 

Su tutto, poi, si distendono i tratti ampi e astratti dei segni e dei disegni di Lei Lei, giochi di fantasia ad animare i layout con elementi fantasiosi e liberi, che svincolano la visione dalla ricostruzione diretta. E infatti la narrazione di Silver Bird and Rainbow Fish è piana, sobria, il ritmo del film è lento, scandito in ampi capitoli che si succedono come le vicende che hanno travolto la famiglia Lei negli anni del maoismo imperante. Non c’è rabbia, non c’è rassegnazione, né dolore e nemmeno denuncia nelle intenzioni di una narrazione che sembra quasi voler affabulare la vita difficile vissuta dal padre del regista e dai loro genitori. E questo nonostante la scansione degli eventi veda susseguirsi separazioni, morti, campi di rieducazione, orfanotrofi… Lei Jiaqi racconta infatti di suo padre, Lei Ting, rispettato funzionario agrario mandato dal Partito in campagna, lontano dalla moglie, dalla figlia e dal figlio. Ting rientra troppo tardi per assistere la moglie malata, morta in sua assenza, viene subito rispedito lontano, senza potersi prendere cura dei figli, che infatti finiscono in orfanotrofio, e infine viene mandato in un campo di rieducazione dalle Guardie Rosse, di cui faceva ormai parte anche la figlia… Lei Lei ascolta, registra, articola quei ricordi in un’animazione che rielabora gli stilemi dell’arte cinese, le immagini piane articolate sulla linea orizzontale, il dialogo cromatico tra sfondo e figure, la linearità del gesto. Il ritmo è ipnotico, dolce, lieve come un sospiro di lenta rassegnazione. Qualcosa che resta soprattutto nella pazienza che richiede, nella scansione tenue e dilatata dei ricordi e nella disposizione fantasiosa delle immagini animate.

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