Clara sola di Nathalie Álvarez Mesén, in concorso al 39esimo Torino Film Festival, racconta del corpo malato di una donna, la protagonista che dà il titolo al film, e racconta allo stesso tempo di tutti i corpi di donne sottoposti alle pressioni e alle mortificazioni degli sguardi esterni che li giudicano, li imprigionano, decidono per loro che forma devono assumere, a quali funzioni devono assolvere, chi devono soddisfare e quali piaceri è consentito loro provare. Clara è una quarantenne che vive in un paesino perso nella foresta del Costa Rica, dove è stata crescita da sua madre come una invalida a causa di una scoliosi deformante mai curata, ma anche per evitare che un’eventuale guarigione sottragga il corpo sofferente al presunto volere della Vergine, mettendo così fine al dono che Clara ha di guarire le sofferenze degli altri e anche ai guadagni che la famiglia ricava dalle offerte dei malati. Clara vive in una sorta di inconsapevolezza adolescenziale, delegando ogni decisione a sua madre, che le proibisce persino di oltrepassare la staccionata che delimita la loro proprietà, e rifugiandosi in un mondo tutto suo dove stringe amicizia con una bellissima cavalla bianca e con un enorme coleottero verde. Ma le pulsioni del corpo già adulto non possono essere cancellate: a sedarle non basta che, ogni volta che Clara si tocca, sua madre le intinga le mani nel peperoncino o gliele bruci alla fiamma di una candela davanti alla Vergine.

 

 

Come in ogni racconto archetipico di liberazione, le pulsioni diventano irrefrenabili a causa di un agente esterno che le scatena: il fidanzato della nipote, da cui Clara si sente irresistibilmente attratta… avventurandosi così oltre ogni steccato che fino a quel momento ha racchiuso, imprigionato il suo essere donna, partendo alla scoperta di sé, scoprendo che il primo essere umano ad avere bisogno delle sue cure è proprio lei. La regista tratteggia il dolore e l’energia repressa della protagonista con una intensità che mozza il fiato, standole addosso con la macchina da presa, auscultandone ogni emozione e inscrivendola nel paesaggio con cui arriva a essere un tutt’uno panico grazie a una fotografia vivida e pastosa. «Il fatto che le donne tramandino le usanze di una società patriarcale alle generazioni successive – ha detto la Álvarez Mesén – è qualcosa con cui io stessa sono cresciuta, provenendo da una grande famiglia prevalentemente di donne. Questo fenomeno ha destato grandi domande in me e la sua esplorazione è una delle ragioni per cui è nata Clara: un personaggio che scopre e sprigiona il suo immenso potere interiore, senza cadere vittima delle circostanze». Sia chiaro allo spettatore: la schiavitù di Clara, fuori dalle latitudini “esotiche” in cui viene collocata, è quella di ogni donna (ce ne sono milioni in ogni continente) privata della sua possibilità di autodeterminarsi.

 

 

 

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