Ci sono registi che intendono il cinema come un principiare continuo di realtà; secondo altri si tratta invece del più grande teatro di oggetti e affetti smarriti, territorio di atti scomparsi, di ritrovamenti ora compiuti ora fallimentari. È sempre una questione di come si vedono le cose, di come questo sguardo abita lo spazio, il linguaggio, il tempo. E il cinema, alla fine, in ogni caso, è lì a colmare assenze. O a moltiplicarle, disseminarle. Non necessariamente deve fare domande; non necessariamente deve approdare a delle risposte: le epifanie, i segni, le invenzioni non richiedono licenze né puntuali motivazioni. Carla Simón, a partire da Estate 1993, passando per Alcarràs, fino a Romería – Il mare dei ricordi (era in concorso a Cannes 2025), sembra però attraversare ambedue i mondi, e nella sua ultima opera lo fa passeggiando tra porte oniriche e il reale, tra le mezze verità e le mezze bugie, tra i ricordi sostanziati dal tempo e quelli che il tempo invece ha inghiottito, quelli mai nati e quelli immaginati. Romería, commenta Simón, «è un termine molto comune nel sud della Spagna per indicare il pellegrinaggio dei fedeli verso un santuario. Ma è usato anche in Galizia e nel resto del nord come sinonimo di festa popolare. Nel film sono presenti entrambi i significati: sia la celebrazione che il viaggio spirituale».

L’autobiografia è il luogo delle cause perse perché introvabili, non perché impossibili. La regista, figlia di genitori uccisi dall’Aids quando lei era molto piccola, attraverso la protagonista torna a quel tempo, alla sua storia familiare e alle dispersioni derivate. Quello della neo-diciottenne Marina (Llúcia Garcia) è un ritorno a una casa che non ha mai conosciuto, un approdo a una memoria sconosciuta, in una romería un po’ rohmeriana e un po’ bergmaniana, dentro una dimensione narrativa che mette in circolo altre memorie, nel gioco continuo tra passato e presente, in un racconto sdoppiato e lieve, ferito e crepuscolare, dove il sogno contende la verità delle cose al naturalismo. È l’estate del 2004: Marina, cresciuta a Barcellona, giunge in Galizia nei luoghi dove trent’anni prima i suoi giovani genitori, generazione libera dal franchismo, tra transizione democratica e sconfinamenti esistenziali e percettivi avvelenati dall’eroina, hanno vissuto e si sono amati dolcemente e pericolosamente; era solo una bambina quando li ha persi (la Spagna registrò il tasso di morti per AIDS più elevato in Europa) e ora vorrebbe riappropriarsi di quei frammenti di vita entrando in contatto con i familiari del padre biologico.

Comincia, così, e si allarga, e si stringe, un girotondo stonato di parenti, zii, cugini, nonni, di testimonianze che non s’incrociano, di simmetrie che non s’incontrano, come movimenti lenti e imprevedibili intorno al cuore del racconto, come saltelli di senso, soglie illusorie e appartenenze deviate. Il mondo visto negli anni Ottanta dalla madre biologica di Marina e quello visto decadi dopo dalla figlia dialogano continuamente fino a fondersi e a confondersi; i gatti possono tracciare traiettorie di senso inaspettate, abolire il tempo; il mare culla i pensieri e lo sguardo, i personaggi vanno e vengono, sono vicini e lontani, ricordano, mentono, rivelano. La famiglia è il luogo più misterioso del mondo, il film è un mare in cui nuotare, è fatto delle falle della memoria e della materia di vecchie fotografie e pagine di diari, la narrazione avanza per capitoli più simili ad appunti, schizzi, sfumature; attori professionisti e non professionisti si mescolano, così come le parole, i sentimenti, lo spagnolo, il catalano, il galiziano… Il racconto di formazione non passa per le psicologie ma per le altre storie da scrivere, quelle che verranno, per un futuro felicemente incerto. Marina inquadra gli istanti, le cose, gli incontri con una videocamera, studierà cinema all’università, e per Simón Romería è anche un film sul cinema, sullo sguardo di una cineasta che comincia a prendere forma. Quella forma che, qui, imperfetta e vitale, giocosa e vaga, cerca continuamente di aprirsi al fuori, sospinta dal rigore libero del desiderio.


