Una coltre di fumo, una distesa di cenere, alberi carbonizzati sullo sfondo, così si apre Rebuilding di Max Walker-Silverman (A love Song). Nei pressi di Durango (Colorado) in un devastante incendio, Dusty Fraser (Josh O’Connor, Challengers, Disclosure Day) ha perso il ranch di famiglia. Gli rimane qualche capo di bestiame che vende subito e una remota ipotesi di una nuova vita in Montana. In attesa di decidere il da farsi si riavvicina alla figlioletta Callie Rose (Lily LaTorre) e all’ex moglie Ruby (Meghann Fahy) e va a vivere in una campo di roulotte della FEMA (l’agenzia federale che si occupa di disastri che l’amministrazione Trump sta tentando di smantellare al punto che l’anno scorso 20 Stati hanno intentato una causa per difendere le prerogative dell’ente). Qui trova una comunità solidale di sopravvissuti che hanno perso casa e lavoro. Dusty si sistema nella sua angusta roulotte e, col tempo, inizia a entrare in contatto con il piccolo gruppo di sfollati che hanno trovato rifugio nel campo. Recupera un senso di comunità e può provare a immaginare un nuovo scopo nella vita. Il campo è situato nella San Luis Valley, una vasta pianura desertica tra le montagne.

Location reale che di fatto è uno dei protagonisti del film: un’ambientazione che gioca un ruolo decisivo con l’ autenticità dei paesaggi rurali, delle montagne e dell’atmosfera del West americano che esaltano la bellezza aspra e maestosa della valle in contrasto con la distruzione e il tema della ricostruzione dopo il disastro. Dusty è un uomo dignitoso, orgoglioso di essere un allevatore come lo era stato suo padre prima di lui. Perdere tutto ha quindi un impatto devastante. Ma è anche un uomo silenzioso, nei suoi occhi c’è la sconfitta ma le emozioni sono represse, tenute a bada. Josh O’Connor si unisce alle schiere delle figure solitarie del West: stoico, modesto, quasi spettrale. La sua presenza conferisce al film una profondità magnetica, come se l’America dei diseredati si riflettesse nel suo dolente profilo. Un fragile antieroe, un cowboy che si nasconde dietro il suo immancabile cappello. È un’interpretazione impressionante quella di O’Connor, che comunica moltissimo, spesso senza proferire parola. Rebuilding è ricco di piccoli avvenimenti che lasciano un’impronta emotiva profonda.

Come quando Dusty e Callie Sue parcheggiano il pick up fuori da un’isolata biblioteca per usufruire dell’unico wi-fi gratuito della zona e potere fare i compiti. E con il tramonto arrivano altre auto, tutte per avvalersi del servizio…Oppure quando Dusty va a fare visita all’amico che gli accudisce l’amato cavallo. E dalla staccionata della fattoria, guardando un orizzonte senza fine, convengono che le speranze di risollevare la situazione stanno finendo. Un dramma di vita quotidiana splendidamente misurato e costruito su sentimenti feriti, con How Lucky di John Prine (nella versione con Kurt Vile), perfetta per elevare la temperatura delle emozioni. Una scoperta di sé che si muove con un ritmo meditativo, con Walker-Silverman che si affida a una forma di minimalismo che si basa su un linguaggio visivo sospeso. Umiliati e offesi in uno scenario di sradicamento che il popolo delle roulotte troverà il modo di riscattare. Il regista è molto attento a comprimere l’esemplarità del senso in un essenziale magico nitore di gesti e luoghi, in una mirabile economia della raffigurazione. In Rebuilding tutta la vicenda si consuma in en plein air eppure l’universo sembra ristretto, un luogo da cui è impossibile evadere, immaginare di ricostruirsi, a meno che non si scelga di condividere il destino…


