I New York Knicks e l’altra mano di Dio

E no, non è Alicia Keys che canta Empire State of Mind in ogni luogo e in ogni lago, canzone bellissima per carità. Non è il sindaco Mamdani che esulta nell’angoletto più remoto di un pub, e che Dio ci mantenga Mamdani il più a lungo possibile. Non è la parata di ex giocatori che ballano per strada e sui pullmann: e rivedere quelle glorie, vecchie e meno vecchie, è stata un’emozione, per me che sono cresciuto a pane e Pat Ewing, Allan Houston, John Starks e Latrell Sprewell. Ma soprattutto non è neanche la mostruosità agonistica di Jalen Brunson, il suo essersi preso le chiavi della città per sempre, con i suoi 45 punti su 94 nella partita decisiva. Non sono i rimbalzi di Josh Hart, gli up & downs di Mikal Bridges, il sorriso commovente di Karl Anthony Towns, l’orgoglio brooklyniano di Jose Alvarado, la dedizione alla squadra degli altri comprimari (Mitchell Robinson, Jordan Clarkson, Landry Shamet, Miles McBride e via dicendo) o l’invasione – a suo modo vagamente colonialista – dei palazzetti avversari durante tutti i playoff, a dimostrare che davvero questa era la squadra del destino e che New York è davvero un “luogo dell’anima”. Non è la genialità cestistica di un allenatore, Mike Brown, che tutto ha imparato dal miglior coach della storia NBA (assieme a Phil Jackson), Gregg Popovich.

 

 

Non è il discusso proprietario James Nolan o il taciturno presidente Leon Rose. Non è Spike Lee che quel bordocampo lo calca da sempre, non sono Ben Stilller o Jerry Seinfeld, non è il selfista professionista Timothée Chalamet e la sua fidanzata übercaliforniana Kylie Jenner, passata lì per rubare un attimo di celebrità alla storia in movimento, non lo sono gli altri volti celebri, che fanno apparire gli spalti del Madison Square Garden una replica autoriferita di un tappeto rosso anti-hollywoodiano. Non sono i novemila dollari pagati per un posto in piccionaia sborsati per sentirsi parte di un momento irripetibile. E, infine, non sono neanche i palazzi e i grattacieli – riconoscibili da chiunque per i mille e mille film in cui sono stati inquadrati – sotto le cui finestre si è ridisegnata la storia sportiva della città. L’incredibile – impronosticabile, immaginifica, immaginaria fino a essere realtà – vittoria dei New York Knicks, 53 anni dopo la precedente, si deve, simbolicamente, a un unico, semplice, indimenticabile gesto cestistico. Quello della foto che vedete in apertura. Un frame che segna, ridefinisce, la storia. Riepilogando: New York, che nei playoffs è partita male con la più debole Atlanta, smette improvvisamente di perdere. Rifila due 4-0 a Philadelphia e Cleveland e si prepara ad affrontare la squadra più giovane e talentuosa dell’NBA, i San Antonio Spurs, che hanno appena eliminato i campioni in carica di Oklahoma City e che sembrano destinati, grazie alla neo-stella Wembanyama e a un gruppo di ragazzini terribili, al trionfo finale.

 

 

Vanno in trasferta per le prime due partite, da sfavoriti. Le vincono, anche per la stanchezza degli avversari. Recuperando sempre: attenzione, il dato statistico più importante di questa finale è che New York è sempre stata in svantaggio per più di dieci punti nel primo quarto di ogni partita e in ogni partita ha sempre recuperato. Gara 3 però, nel contesto impazzito del Madison Square Garden in modalità trionfo, va storta. E a questo punto c’è gara 4. Quella che può confermare o invertire la tendenza. New York va sotto di 29 punti – nessuno ha mai recuperato questo svantaggio in una partita di playoff – ma non molla. Punto su punto, canestro su canestro, difesa su difesa. Anche quella sera Jalen Brunson – the King of NY – ne fa 36. Trenta secondi alla fine, dopo una rimonta irreale New York è ancora sotto di uno: 106-105. Brunson tenta l’impossibile ma viene stoppato: 15 secondi. San Antonio va in contropiede, ha il tiro della vittoria – o, meglio, ha la possibilità di uccidere il tempo, cosa magica che solo nel basket può succedere. Ma Fox – e se ne pentirà, forse per sempre – prova a segnare e non ci riesce.

 

 

Meno di dieci secondi e palla a New York: ultimo tiro, ultima corsa. Fallo della difesa con poco più di cinque secondi, quel che basta per organizzare un ultimo attacco. L’esito è ovvio: palla a Brunson e attesa dell’ultimo, ennesimo, miracolo, Ma Brunson sbaglia il tiro. Da lontano, da lontanissimo, si intravede una maglia bianca: è quella di OG Anunoby, londinese di genitori nigeriani, immigrato di immigrati. OG capisce prima di tutti quello che sta succedendo, salta da un chilometro e arriva, con i polpastrelli, a intercettare quel pallone, a sfiorarlo, ad accompagnarlo verso la chiamata del destino, sotto gli occhi più increduli e stupiti che ammirati dei suoi compagni. L’ammirazione verrà dopo, a bocce ferme. Quel gesto, quel rimanere in aria per un tempo irreale, quella certezza del movimento, dell’intuizione, quel decidere le sorti oltre ogni ragionevolezza è già la fotografia di quest’anno sportivo. 107-106, Game Over, il resto è cronaca. L’Empire State of Mind è lui, OG, finto gregario ed eroe per caso, al di là di ogni ragionevole dubbio. E quello sfiorare delle dita, quella certezza del fato, smosso per regalare un sogno atteso troppo a lungo, è un’immagine destinata a durare, come un’inquadratura senza tempo. Cinema, a modo suo.