All come to look for America – L’apoteosi della zona Cesarini

Il primo squillo – di tromba, ça va sans dire – era stato quello di Eustachio che al 47’ del secondo tempo aveva risolto a favore del Canada il primo sedicesimo di finale. Uno squillo forte, a cui hanno risposto (d’altronde “s’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo”, come scriveva il Manzoni del Conte di Carmagnola) dapprima il brasiliano Martinelli al sesto di recupero della ripresa e poi il marocchino Issa Dior, il norvegese Haaland e l’inglese Kane. La banda al completo ha poi suonato per il Belgio, sotto di due reti a cinque minuti dal termine dei tempi regolamentari e capace di impattare poco prima del 90’ per poi eliminare il Senegal con un penalty trasformato al 5’ di recupero del secondo supplementare, siglando così il gol più tardivo della storia dei mondiali. Il trionfo della zona Cesarini, anzi della zona Cesaroni, visto il dilatarsi delle partite. Con le orecchie rosse di vergogna per la citazione della serie televisiva ritornata sugli schermi proprio in queste settimane dopo dodici anni di apprezzabile silenzio, mi chiedo quanti sappiano perché i minuti finali di una partita vengono indicati come zona Cesarini. Se è intuitivo pensare che sia stato un calciatore andato a segno in extremis in una partita di un certo rilievo, vale la pena di ricordarne la storia, nella convinzione che faccia parte della nutrita schiera di personaggi e di opere più citate che conosciute (tanto per non andare lontano: qualcuno ha pensato davvero che io abbia letto Il Conte di Carmagnola?).

 

 
Nato a Senigallia nel 1906, a meno due anni si imbarca con la famiglia alla volta di Buenos Aires, dove inizia a giocare a calcio nella squadra del quartiere Palermo, per poi debuttare nella massima serie a 18 anni con la maglia del Chacarita e debuttare in nazionale ad appena vent’anni. Centrocampista con attitudini offensive, nel 1930 viene acquistato dalla Juventus con la quale vince cinque scudetti consecutivi (“il bieco quinquennio” definì quel periodo Peppino Prisco) e veste in undici occasioni la maglia della nazionale. Alla settima presenza, a Torino, nel giorno di Santa Lucia del 1931, segna allo scadere la rete che consente all’Italia di battere 3-2 l’Ungheria, in una partita valida per la Coppa Internazionale, manifestazione che si svolse in sei edizioni tra il 1927 e il 1960. Tornato in Argentina nell’estate del ‘35, Cesarini veste la maglia del River Plate, club nel quale quattro anni più tardi inizia la carriera di allenatore, vincendo due scudetti nel ‘41 e ‘42. Il suo ultimo successo è il campionato italiano del 1959/60, corredato dalla Coppa Italia, ancora nella Juventus, guidata da Carlo Parola, nella quale ha l’incarico di direttore tecnico e ritrova Omar Sivori, che aveva lanciato nelle giovanili del River Plate. Tra il 1967 e il 1968 guida per pochi mesi la nazionale argentina. Si spegne a Buenos Aires nel marzo del ‘69, poche settimane prima di compiere 63 anni.

 

Renato Cesarini

 
Dato a Cesarini quello che è di Cesarini, aggiungendo soltanto che, oltre che per gli indiscussi meriti come calciatore e tecnico, è ricordato sia a Buenos Aires sia a Torino come bon viveur, parlando di tempo (in senso lato) non possiamo dimenticare la profezia di Maradona, che nel 2018, quando fu chiamato a commentare l’assegnazione del mondiale agli Stati Uniti, ipotizzò che si sarebbero giocati quattro tempi, così da avere a disposizione altri spazi per la pubblicità, come era accaduto per il basket. E in effetti quello che la sovrascritta della regia internazionale chiama Hydration break (e i telecronisti Rai traducono in Cooling break…) altro non è che un’interruzione pubblicitaria. Con il risultato che le partite, in quanto a durata, cominciano a far concorrenza a Ben Hur, il colossal del 1959 di 212 minuti con Charlton Heston, punto fermo della programmazione degli oratori nei primi anni Sessanta. Se poi non verrà posto un limite al ricorso al Var e verranno addirittura introdotti i time out, come ogni tanto si vocifera, non è da escludere in futuro la sfida all’Hamlet di Branagh del ‘96 (242 minuti), mentre almeno per il momento The Kingdom di Lars von Trier (1994, 280 minuti) pare irraggiungibile.