Chiamiamolo pure mal d’Africa. Nel senso tradizionale della locuzione, ovvero come fascinazione per il continente nero, in questo caso per le sue squadre, ma anche come una sorta di morbo che ne ha decimato le formazioni partecipanti ai mondiali. Se infatti la fase a gironi aveva promosso ben nove delle dieci compagini in lizza, eliminando la sola Tunisia, il bilancio dei sedicesimi é catastrofico: sette sconfitte e due pareggi, che soltanto grazie alla maggiore precisione dal dischetto hanno comunque consentito a Marocco ed Egitto di approdare agli ottavi. Un’ecatombe francamente inattesa, nella quale la cattiva sorte ha avuto un peso rilevante. Pensiamo al gol del canadese Eustachio che ha eliminato il Sudafrica ben oltre il 90’; alla rimonta del Belgio ai danni del Senegal, perfezionata da un calcio di rigore che farà discutere da qui all’eternità (romanzo di James Jones del ‘51 da cui fu tratto il film di Zinnemann che nel 1954 vinse otto Oscar, ma non trascurerei From Here to Eternity, brano di Giorgio Moroder del 1977, sorta di manifesto della disco music). Ricordato che sia la Costa d’Avorio sia il Congo sono passati in vantaggio prima di essere rimontati in zona Cesarini, è fresca di nottata la gagliarda prestazione di Capo Verde, al debutto nella fase finale di un Mondiale, eliminata soltanto per un’autorete sul finire del secondo supplementare dai campioni in carica dell’Argentina. In apertura una immagine del Marocco.

Ed eccoci al mal d’Africa in positivo, ovvero all’ammirazione suscitata nel loro insieme da nazionali battagliere e tecnicamente di buon livello che hanno saputo conquistarsi gran parte del tifo del pubblico neutrale. Un tifo in alcuni casi riconducibile alla predilezione per la squadra più debole (prima di questi mondiali nessuno avrebbe nemmeno lontanamente immaginato che la matricola capoverdiana potesse far soffrire la nazionale albiceleste, per di più trascinata dal Messi più prolifico di sempre), ma soprattutto ispirato da un gioco spesso spumeggiante, talvolta arrembante, grazie anche a tante individualità di spicco. Ovviamente non mancherà chi vorrà sottolineare la componente di ingenuità se non di dabbenaggine di che viene superato in vista del traguardo e per contro la solidità e il cinismo (termine che tanto piace agli allenatori, secondo per gradimento soltanto alla cattiveria agonistica) di chi ribalta a proprio favore una situazione che sembrava compromessa. Ci sta, l’epica dello sport vive da sempre di rimonte: in ogni film che si rispetti il pugile per cui si è indotti a tifare viene massacrato di botte prima di mettere al tappeto l’avversario, così come la “nostra” squadra di basket – solitamente del college – perde di venti punti all’inizio dell’ultimo quarto prima di vincere grazie a un canestro sulla sirena.

L’unica novità in campo calcistico è il progressivo affermarsi, almeno in Italia, della lingua spagnola. Ormai il triplete è un classico, la remuntada pure e purtroppo si sta facendo strada anche il falso nueve per indicare l’attaccante che parte da dietro, in italiano centravanti arretrato, quello che ai miei tempi si indicava come centravanti alla Hidegkuti, dal nome della punta magiara che per prima si segnalò per queste caratteristiche nel lontano 1952, quando la sua Ungheria (che si avvaleva pure di un certo Ferenc Puskás…) vinse l’oro olimpico nel 1952, l’anno dopo fu la prima nazionale a battere a domicilio l’Inghilterra (6-3 con tripletta proprio di Nàndor Hidegkuti) e nel ‘54 si guadagnò la finale dei Mondiali, venendo però battuta dalla Germania. Transeamus. Abbiamo accennato all’autorete che ha condannato Capo Verde. Ebbene, si è trattato del quattordicesimo gol en contra (non capisco ma mi adeguo, Maurizio Ferrini, Quelli della notte, 1985) di questi Mondiali, nuovo record della manifestazione, ampiamente passibile di miglioramento, visto che siamo soltanto agli ottavi di finali e che lo specialista egiziano Mohamed Hany (due autogol, come soltanto il bulgaro Ivan Vutsov sessant’anni fa) è ancora in lizza. Attualmente la media è di una rete nella porta sbagliata ogni nove incontri. Notevole, soprattutto se rapportata a quanto succede nel nostro campionato, dove però da anni è invalsa l’abitudine di assegnare il gol a chi ha tirato, anche nei casi in cui la deviazione è palesemente decisiva. Da questo punto di vista, finalmente una scelta di buon senso.


