La faccia neorealista di Franco Baresi

«Forse qualcosa cambia tra i campetti improvvisati di campagna e i migliori stadi del mondo, ma io sono sempre rimasto lo stesso. Io sono Franco Baresi. E sono nato così: libero

 
Quando usciva palla al piede dall’area e sembrava suonare la carica mi alzavo in piedi. Per rispetto, per amore. San Siro lo accompagnava con un boato, Kaiser Franz si era messo al lavoro…Di Franco Baresi mi ha sempre colpito il viso da contadino, pareva scolpito, splendido e fiero. Una faccia neorealista, un’espressività proletaria che ricorda quella di Gigi Riva e che contribuisce in modo decisivo a creare la sua silente e grandiosa personalità e a nutrire la sua naturale leadership. Veniva da Travagliato, in provincia di Brescia, era cresciuto, con i fratelli (compreso Beppe che finirà a giocare nell’Inter), in un casale fra animali  e lavoro nei campi.  La vita era stata dura: orfano a 16 anni, prima aveva perso la madre Regina, dopo un paio d’anni il padre Terzo. Costretto a diventare adulto, trasformò  il dolore e la rabbia in determinazione e forza mentale. Arrivò giovanissimo a Milanello per non andarsene più. Di fatto il Milan divenne la sua famiglia, lo accolse, gli diede stabilità e consapevolezza: «Ho perso mia madre e mio padre quando ero ancora adolescente e il Milan mi ha accolto, ha dato un senso a tutto.» Partito come Piscinin  esordisce in Serie A a 17 anni, campione annunciato, si trasformò presto in Il Capitano.

 

 

Per 15 anni ha portato quella fascia, per 20 ha difeso quei colori. I tifosi lo hanno eletto Milanista del secolo. Vinse lo Scudetto della stella, restò in Serie B, semplicemente rifiutandosi di andarsene. Guidava la squadra più con l’esempio che con le parole: timido e taciturno fuori dal campo, feroce e carismatico dentro. Non era certo un gigante (era alto circa 1,78 m), ma compensava con anticipo, posizionamento e capacità di leggere le azioni e di prevedere dove sarebbe andata la palla. Era l’ultimo difensore in non possesso e il primo regista quando la squadra ripartiva. Ha trasmesso dedizione e professionalità ai compagni. Con i rossoneri in 719 presenze ha vinto 20 trofei (6 scudetti, 3 Coppe Campioni/Champions, 2 Coppe Intercontinentali…) e ha rivoluzionato il modo di intendere il ruolo di libero: «A giocare libero mi sentivo in gabbia. Ero vincolato a un ruolo che limitava il mio potenziale… il modo di giocare in cui ero cresciuto, con la difesa a uomo, mi sembrava vecchio e destinato a scomparire.» Paolo Maldini aveva raccolto la sua pesante eredità e anche in questa occasione ha mostrato la forza del loro legame: «Oggi provo la stessa sensazione di quando, per un qualsiasi motivo, non potevi scendere in campo al nostro fianco: come faremo senza il nostro Capitano? Mi hai insegnato a lottare fino all’ultimo respiro, cosa significhino l’attaccamento alla maglia e il valore di essere un vero leader. Lo hai fatto con l’esempio, ogni giorno: poche parole, ma tantissimi fatti.» Per comprendere com’era considerato nel mondo del calcio basta leggere Io sono El Diego, l’autobiografia di Diego Armando Maradona, dove spiega perché dopo un Milan-Napoli chiese la maglia a Franco e se la infilò subito a centrocampo, prima di raggiungere gli spogliatoi. Raggiunto a bordocampo da un giornalista dichiarò: «Questa è di un grandissimo giocatore. Io penso che Franco Baresi sia il massimo come difensore e questo è un ricordo che mi porterò per tutta la vita