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Derive e tumulti interiori: a Monsters9 We Are Aliens di Kohei Kadowaki

Un tumulto interiore, un mondo sommerso e disagiato rifratto da uno sguardo cupo, incarnato da un corpo squilibrato alla ricerca di uno spazio, sempre precario, fatto di distanze irriducibili, memorie inconciliabili. È dentro questa magmatica complessità che prende forma l’incontro con l’altro, opportunità drammatica che apre ad un’alterità ritenuta invalicabile dove schermi e spettri di una vita, l’infanzia prima, l’adolescenza poi, l’adultità infine, frantumano nella disperata distinzione tra bene e male, salvezza e perdizione, desiderio e paura, amicizia e solitudine. We Are Aliens (in Francia distribuito con titolo più ammiccante, “Un monde entre nous”), opera prima del regista giapponese Kohei Kadowaki, coproduzione franco-giapponese e presentato nella Quinzaine a Cannes 79, possiede la forza espressiva di un racconto di formazione sognante e atipico, sghembo e disturbante, dove il bizzarro, il senso di estraneo, ma pure l’imprevedibile stupore, si mescolano alla concretezza del mondo e innervano il tessuto narrativo di un film che vuole fare immergere lo spettatore in un affascinante viaggio intriso di realismo magico e derive esistenziali.

 

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La vicenda è apparentemente semplice. Non c’è fantascienza, non c’è horror, ma forse ci sono entrambe le cose. Durante la primavera del terzo anno delle elementari, Tsubasa, ragazzo timido e tormentato dall’essere ritenuto “ordinario”, incontra Akitaro, bambino più popolare e consueto, considerato “speciale” nella sua classe. I due diventano migliori amici in maniera esclusiva: giocano, chiacchierano, trascorrono insieme lunghe giornate fino al tramonto, vivono e affrontano il mondo insieme, guardano l’invisibile, attraversano il mistero. Tutto sembra procedere senza intoppi ma un giorno, Akitaro diventa un emarginato nella sua classe, circondato da pettegolezzi e sguardi indiscreti e giudicanti e tutto precipita irreversibilmente: l’alieno è là fuori, proviene dallo spazio universo, oppure è dentro di lui, in attesa di esprimersi ed evadere? Muovendosi rapidamente tra le schegge di un tempo che scorre inesorabile e rapido, We Are Aliens racconta così la storia di un’amicizia vitale, fondata sull’importanza di un’emancipazione che passa sì dall’appropriazione di un’identità ma è costretta a fare i conti con il condizionamento sociale, la condanna, la frustrazione del rifiuto del non-identico e del non-uguale.

 

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Opera prima molto coraggiosa, quindi, anzitutto in termini di produzione perché We Are Aliens si colloca in quell’area sperimentale che conferma quanto di buono di recente sia arrivato dallo studio nipponico Nothing New (si erano fatti notare a Monsters7 con un paio di cortometraggi horror d’autore), lungimiranti nello stringere una fertile sinergia con la francese Miyu Productions (27 di Flora Anna Buda, Linda e il pollo, di Chiara Malta e Sébastien Laudenbach ma anche Anzu, ghost cat  di Yōko Kuno e Nobuhiro Yamashita, uscito nel 2024 adattamento del manga omonimo di Takashi Imashiro, pubblicato nel 2007). Una comunanza di intenti, sintomo di una visione allargata del cinema d’animazione e delle potenzialità culturali che nascono dalla fusione di stili, temi e tradizioni (non possiamo dimenticare quanto visto e sentito in 100 metri di Kenji Iwaisawa, titolo esemplare in questo discorso). We Are Aliens, grazie all’utilizzo tecnico del rotoscopio e alla peculiare scelta del character design, restituisce una cupezza delle pulsioni giovanili davvero inaudita e sconcertante perché esaspera la deformazione di corpi e volti in maniera violenta e veritiera, riuscendo a coltivare un malessere urticante che penetra nello sguardo di uno spettatore sempre più sgomento e alla ricerca di un appiglio, immerso e disperso in questa giovinezza disperata. Se da una parte funzionano come detonatore irritante di quella fase traumatica di transizione dall’infanzia alla giovinezza, dall’altra parte il grido di dolore di Akitaro e lo sguardo interrogativo di Tsubasa, anche grazie al fotorealismo dei fondali che cerca continuamente l’unione con paradossali linee geometriche, rivelano un tessuto esistenziale orrorifico, paranoico e ossessionante. Come nel già citato e recente 100 metri di Kenji Iwaisawa, l’idea alla base di We Are Aliens è quella di scovare alternative al canone estetico mainstream, più pulito, nitido e riconoscibile. Un’operazione graffiante che non vuole compiacere lo spettatore ma stimolarlo e interpellarlo a trovare nuove soluzioni interpretative soprattutto ponendolo di fronte a quella parte della realtà così levigata e riconoscibile, inevitabilmente messa in discussione che passa dall’inadeguatezza delle istituzioni scolastiche alla crudeltà o freddezza degli stessi bambini, figli di una generazione di genitori incapace, forse semplicemente inadeguata, di intercettare il bisogno di comprensione ed empatia. Un film di cui ci auguriamo qualcuno in Italia si possa accorgere per distribuirlo.

 

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