Due fughe immobili, due storie che smaterializzano l’urgenza dell’andar via nello spazio sociale di una terra talmente priva di regole da apparire quasi astratta. Siamo in Sicilia e Il mio corpo di Michele Pennetta (nel Concorso internazionale del 51° Visions du Réel in edizione on line) chiude, come dice il regista, “una trilogia dedicata ai contesti di illegalità della Sicilia di oggi” iniziata con ; ‘A iucata  e proseguita con  Pescatori di corpi. La cosa che colpisce maggiormente in questo suo nuovo documentario è proprio l’astrazione che imprime allo scenario, in senso sociale e persino in senso paesaggistico: l’impressione è quella di essere in una no man’s land: sradicata da ogni cultura di appartenenza e, conseguentemente, da ogni regola dello stare insieme. Non fosse per la parlata dialettale stretta, non si direbbe che Oscar si sta giocando la sua adolescenza nell’entroterra siciliano, lavorando assieme al fratello maggiore per un padre rigattiere che lo porta per viadotti e scarpate a raccattare ferro dalle discariche abusive. Nella sua relazione col mondo che lo circonda non c’è storia, è assente qualsiasi vissuto che non sia quello transitorio del presente: il passato è l’ombra di una madre che anni addietro l’ha abbandonato e che nel non detto dei sogni del ragazzino potrebbe rappresentare la vaga ipotesi di un futuro da ritrovare.

 

 

In questo scenario disarticolato tra rifiuti e relazioni affettive azzerate, Michele Pennetta guarda a Oscar come al protagonista di una storia che si radica, per l’appunto, nello sradicamento della Sicilia contemporanea. In questo paesaggio desertificato e riarso si muove anche il contraltare trovato dal regista nel secondo protagonista del film, Stanley, giunto dal Ghana e aggrappato a una terra che lo ha accettato come profugo, gli ha garantito un permesso di soggiorno e ora lo tiene sospeso su quello stesso sentimento di astrazione che, dall’altra parte della realtà, appartiene a Oscar. Stanley si sforza di costruire per sé un presente (l’appartamento in cui vive da solo, che paga a stento) ma può contare solo sull’aiuto di un sacerdote che professa sacrificio e pazienza e gli procura lavori nei campi o come guardiano del bestiame. Il suo amico, Blessed, cerca di spingerlo a continuare il suo cammino, a immaginare un futuro migliore altrove, ma inutilmente: Stanley è prigioniero di un presente che si conclude nel suo corpo, per l’appunto, nel suo stare in se stesso senza nessuna proiezione verso l’altro e verso l’altrove. Ed è molto chiaro questo principio sul quale Pennetta ha costruito il suo film, questa implosione del desiderio nella corporeità immanente di figure che sono ormai tanto incapaci di immaginare se stesse altrove da non riuscire nemmeno a proiettarsi nell’altro. Tant’è che l’incrocio dei due corpi narrativi del film Pennetta lo risolve nel quasi non detto di un attimo, lo sfiorarsi notturno di due fantasmi persi nel buio di una vecchia cava in disuso. Ecco, Il mio corpo  è tutto in questa definizione quasi immateriale dei suoi personaggi, la costruzione di un mondo al quale non appartengono, proprio perché prima di tutto non appartengono a se stessi. La linea visiva del film è tutta trattenuta, come se Pennetta cercasse di contenere le perdite emotive (rabbia, dolore, commozione, indifferenza) e sentimentali (il disavanzo del legame tra Stanley e Blessed opposto alla disappartenenza familiare in cui è calato Oscar). Manca qualsiasi traiettoria di fuga in avanti, tutto si conclude nell’asfissia di un immaginario che azzera persino la concretezza del paesaggio in una persistenza astratta della scena in se conclusa. Un film aspro e distante, ma assolutamente non insensibile.

 

Guarda Il mio corpo di Michele Pennetta on line sul sito di Visions du Réel

https://online.visionsdureel.ch/film/il-mio-corpo/

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