Siamo a Ramla, Israele, nell’estate del 2006, piano fisso su un angolo di strada della periferia, un quartiere popolare chiamato il Ghetto. Tre auto parcheggiate sotto una casa, prospettiva interno-esterno dall’alto della finestra verso il basso della piccola via. Una vecchia videocamera VHS riprende giorno e notte quella scena allo scopo di scoprire chi, per ben tre volte, ha rotto il vetro di una delle tre auto. Le immagini sono in bassa definizione, la scansione del resto segue più l’istinto approssimativo di un vecchio uomo, un arabo in una città da lungo tempo occupata, che vuole scoprire chi si accanisce contro una sua proprietà. Quel vecchio uomo era il padre di Kamal Aljafari, il regista palestinese di Unusual Summer visibile on line nel concorso Burning Lights di Visions du Réel. Morto nel 2015, l’anziano ha lasciato quella pila di vecchie videocassette che aveva visto solo lui e che il figlio regista utilizza come base per questo suo straordinario film, un perfetto saggio sulla reciprocità tra sguardo e osservazione che si traduce in un implicito saggio sul concetto di occupazione di una terra. Siamo chiaramente in linea con il percorso tracciato in questi anni da Kamal Aljafari nei suoi due film precedenti, entrambi però collocati a Giaffa: Port of Memory, in cui il tema della casa, dell’espropriazione e dell’occupazione israeliana era materia viva nella vita di una famiglia privata di una proprietà, e poi nello straordinario Recollection, che invece aveva già l’assetto di un linguaggio trovato nello scandaglio profondo dell’immagine, costruito com’era a partire da materiali di found footage di strade e palazzi della città deserta, contemplati dal regista come luogo della memoria svuotato di vita e percorso da quasi invisibili presenze umane.
 
 

 
 
Film potentissimo, Recollection (era stato a Locarno e a Torino), quasi un thriller anestetizzato, scavato nelle pieghe delle immagini perdute di una vita espropriata, di cui questo altrettanto forte Unusual Summer è in qualche modo il perfetto contraltare: il dispositivo è sempre quello del found footage e dello sguardo che scandaglia in profondità immagini nelle quali scoprire una verità rimossa. Ma questa volta è come se fossimo in presenza del controcampo di Recollection, perché la città (in questo caso Ramla) è del tutto assente, si riduce allo scorcio di un unico angolo controllato ossessivamente. E la vita sotto occupazione attraversa quello spazio con le sagome di presenze fugaci e sfarfallanti nella bassa definizione delle riprese elaborate dal regista: avanti, indietro, zoom digitale, still frame…È evidente che Kamal Aljafari lavora sulla densità di un ordito narrativo trasparente, quasi una Finestra sul cortile in cui l’indagine sul colpevole dell’atto vandalico ha evidentemente un duplice fine: siamo nel 2006, la seconda intifada è finita da poco e la tensione in Israele è comunque alta, sicché da un lato quelle immagini sono il pretesto per affrontare il tema dell’identità araba resistente nelle terre occupate attraverso la decisa difesa della sua proprietà messa in campo dal vecchio padre . Dall’altro è una vera e propria testimonianza della vita nel quartiere in cui Aljafari è cresciuto, un quartiere popolare e con grandi tensioni, chiamato il Ghetto di Ramla, di cui scopriamo figure ricorrenti, tensioni, microabitudini. Il tutto si spinge in un accadere di eventi quasi invisibili, spiati o forse solo immaginati dal regista, costruiti come una narrazione che vuole riappropriarsi dello spazio sottratto (bisogna ricordare, infatti, che Ramla fu una delle prime città a essere occupata durante la guerra arabo-israeliana del 1948). Una rete di piccoli accadimenti che lascia infine il campo al flusso delle memorie familiari del regista, riassunte nel testo che scorre su fondo neutro nei fondamentali minuti finali del film. Qui viene ricostruita la storia della sua famiglia e la sua stessa infanzia: un microdramma della memoria perduta e ritrovata, che si incarna in quello sfondo grigio disturbato su cui il testo scorre e soprattutto in quell’albero di fico su cui il regista da bambino si arrampicava con la sorella, estirpato da una ruspa israeliana prima che il padre facesse in tempo ad arrivare per fermarla. “Non è più la nostra terra” fu il commento amaro dell’uomo. E quel fico che non c’è più evocato da Aljafari non può non farci pensare alla Ma’loul che celebra la sua distruzione dell’ormai troppo dimenticato Michel Kleifi.
 
 

Guarda il film in streaming sul sito di Visions du Réel

https://online.visionsdureel.ch/film/unusual-summer/

Scrivi