«Tout va s’arranger» (Tutto si sistemerà) è la frase ricorrente, quasi fosse un mantra, in Médecin de nuit, terzo lungometraggio di Élie Wajeman (anche autore della sceneggiatura con Agnès Feuvre). In realtà tutto sta andando a rotoli per Mikaël Kourtchine (un sempre convincente Vincent Macaigne). È lui il protagonista del titolo, il medico di notte, una sorta di guardia medica che risponde alle richieste di un centralinista mentre vaga per Parigi recandosi a casa delle persone che stanno male. Tra un paziente e l’altro, accoglie sulla sua auto, tossicomani a cui prescrive il Subutex, un oppioide che viene utilizzato per trattare la dipendenza. Il suo è un atto politico, lo dice chiaramente all’ispettrice che lo richiama per l’elevato e sospetto numero di prescrizioni, perché lo è «aiutare persone di cui nessuno si occupa». La situazione, però, gli è sfuggita di mano a causa del cugino Dimitri (Pio Marmaï), proprietario di una farmacia e implicato in un traffico di ricette false per oppiacei che vengono venduti a caro prezzo sul mercato nero. Sacha (Sarah Lepicard), la sua compagna, è stufa delle sue assenze notturne e lo ha messo alle strette: deve essere più presente nella sua vita e in quelle delle due bambine. «Tutto si sistemerà» la rassicura Mikaël che, in realtà, sta cercando di rassicurare innanzitutto se stesso. La prima cosa che lo vediamo fare in tal senso è chiudere la relazione con Sophia (Sara Giraudeau), praticante nella farmacia del cugino che è follemente innamorato di lei.

 

 

Sospeso tra due mondi, quello diurno della famiglia, e quello notturno dei malati, dei derelitti e dei drogati, Mikaël sembra non poter fare a meno di nessuno dei due, ma la notte in cui lo seguiamo è quella della resa dei conti, quella in cui deve sistemare molte cose per riprendere in mano la sua esistenza. Questo «santo patrono dei tossici» – come lo definisce uno di loro – finisce per configurarsi come una figura Christi: è lui che si occupa degli ultimi e che assume su di sé i peccati degli altri (nella fattispecie del cugino che lo trascina sempre più in basso, chiedendogli di passare all’illegalità e di prescrivere il Fentanyl). E non è un caso che la notte in questione arrivi al settimo giorno (la moglie gli rimprovera di essere stato fuori già per sei notti di fila), come se dovesse portare a compimento tutte le questioni in sospeso per poi riposarsi. Una notte fatale, che cade nel periodo natalizio (come indicano gli alberi di Natale che si intravedono) e che necessariamente va attraversata per arrivare a un’alba che forse può aprire a una nuova vita. Ma le insidie sono dietro l’angolo.

 

 

Wajeman omaggia il cinema americano (lo Scorsese di Main Streets ma anche di Al di là della vita,  il De Palma di Carlito’s Way e riecheggiano le questioni insite nei legami di sangue de I padroni della notte di James Gray) dando vita a un’interessante e azzeccata attualizzazione del genere noir incentrato su un medico che si aggira nella notte parigina con giacca di pelle nera e valigetta: anziché “l’ultimo colpo prima di smettere”, ci sono le ultime prescrizioni prima di cambiare vita, mentre la femme fatale contesa da Mikaël e dal cugino Dimitri è l’apprendista farmacista che sogna di fuggire con il buono ma accetta la proposta di matrimonio del cattivo. Segno che i tempi sono cambiati ma la sostanza è rimasta la stessa.

 

Il film è disponibile fino al 14 febbraio su MyFrenchFilmFestival: arrivato alla 12a edizione, il Festival presenta il meglio del giovane cinema francofono.

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