All’origine c’è l’omonimo romanzo di Annie Ernaux che, sgombrando ogni fraintendimento, chi scrive non ha letto. La storia è quella di Anne, giovane e ambiziosa studentessa di lettere della provincia francese. Siamo in un anno imprecisato, ma sicuramente alla fine degli anni ’50 o inizio dei ’60 del secolo scorso e Anne, i cui genitori sono proprietari di un bar che dà da vivere alla famiglia, ha superato l’adolescenza ed è donna e la sua avvenenza la porta ad avere segreti corteggiatori. La sua tranquilla esistenza, tra studio che segue con passione e i discorsi con le due amiche fidate, si svolge nello studentato che la ospita prima del salto verso l’agognata Università. Ma Anne scopre di essere incinta. Sa bene che un bambino spezzerebbe i suoi desideri, spegnerebbe le ambizioni. Chiede aiuto per liberarsi della gravidanza, provando a coinvolgere anche il pavido partner. Ma in Francia all’epoca l’aborto era un reato che veniva commesso sia da chi lo procurava, sia dalla donna che lo praticava. La sceneggiatrice e scrittrice Audrey Diwan – dopo Mais vous êtes fous del 2019, primo suo film da regista per una storia di una famiglia che si sgretola nonostante il desiderio di restare uniti – scrive e dirige il suo secondo film restando fedele a questi temi appartenenti alle dinamiche familiari. L’évenément è però qualcosa di diverso, con un respiro più ampio e uno sguardo ad un orizzonte più largo di quello che possa trovare confine all’interno di una semplice vicenda che riguarda una giovane donna che prova a rimediare a un errore di gioventù.

 

 

Il pregio maggiore del film – premesso che ne possiede tanti e stupisce la maturità della sua regista, che esperta di scrittura si rivela ottima narratrice per immagini – è quello di sapere raccontare una storia intima, racchiusa dentro una condizione assolutamente privata e quasi impenetrabile, ma riuscendo a fare sentire gli echi dei suoi effetti al di là del misurato ambito narrativo, del minimo orizzonte familiare e provinciale. Il tema del film, quello che sovrasta perfino la vicenda della giovanissima protagonista, è l’idea di punizione che sta dietro quella che viene vissuta come infrazione alle regole morali dell’epoca. L’aborto diventava reato anche per la donna che era più o meno costretta a praticarlo. Anne però non si ferma davanti a nulla e nella sua condizione la caparbia volontà che la guida sa diventare rabbiosa contestazione, forse inconsapevole, ma decisa, tenace e convinta. Una particolare menzione per la giovane Anamaria Vartolomei vera rivelazione in questo film, nonostante abbia già alle spalle una discreta esperienza. Diwan sa dunque costruire un racconto che, conservando una sua universalità di intenti, pur trascendendo i tempi della storia, si rivolge in primo luogo al destino della sua Anne, antesignana di una nutrita schiera di donne che da lì a qualche anno avrebbe cominciato a rivendicare i propri diritti per stravolgere i rapporti di forza, dettati dall’appartenenza ad una condizione, obiettivamente marginale. Con la sua esplicita presa di posizione il film sembra assumere su di sé la responsabilità di farsi monito per i nostri tempi, quando da più parti si invoca un ritorno al passato con un generale arretramento di ogni conquista civile, progettando cancellazione di diritti consolidati e irrinunciabili.

 

L’évenément,con l’efficace assunto e una narrazione secca, ritmata e incalzante nel suo procedere, è evidentemente supportato da un’ottima sceneggiatura dentro la quale trovano spazio sia lo spessore dei personaggi, sia la perfetta credibilità dei dialoghi, che sanno riannodare i legami con quel passato con quella punta di modernità e di anticipazione sui tempi che il personaggio protagonista porta necessariamente con sé. La regista sceglie il formato quadrato per un maggiore adattamento dell’immagine ai tempi, ma questo che potrebbe apparire come una sorta di eccesso manieristico diventa invece un pregio e non fa perdere al film quella sua naturale forza evocativa e il suo ritmo narrativo che la combinazione di ogni elemento sa complessivamente restituire. Anne è caparbia e ambiziosa, tanto determinata nella volontà di completare gli studi e diventare una scrittrice, quanto decisa ad interrompere la sua gravidanza, quella malattia che fa diventare le donne casalinghe, come dice lei stessa rivolgendosi al suo professore. Si legge, come si è provato a dire in precedenza, in questo personaggio – al di là di ogni ipotesi di sovrapposizione con la stessa Annie Ernaux – quella necessità di rivolta che per le donne ha mutato la direzione delle cose. Anne lotta per sé stessa, conduce la sua battaglia per i propri diritti di donna libera. La regista fa di questa narrazione, come si diceva, una vicenda privata e Anne non pronuncia mai la parola diritti, ma ciò non esclude che il suo pensiero privato, maturato in solitudine, non possa costituire il seme di una più generale e fruttuosa condivisione. Ma ancora in quegli anni ne siamo lontani, tanto che le amiche di Anne non solidarizzano con lei, ma partecipano allo scandalo dalla parte degli scandalizzati. Il corpo di Anne diventa lo scandalo nella sua mutazione materna. Si conferma la qualità del lavoro dei registi d’oltralpe, che pare abbiano consolidato una libera scuola di autrici e autori a più voci la cui ricchezza di temi e di soluzioni narrative sa manifestarsi all’interno di altrettanto vari registri. Per queste ragioni il cinema francese cattura l’attenzione, diventando nuovamente un preciso punto di riferimento rispetto al quale anche l’orizzonte cinematografico di casa nostra, nonostante tutto, appare ancora molto più limitato e molto meno affascinante.

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