Nell’incipit quasi onirico si vive l’intimità familiare. Ma presto si scopre che è solo un’angusta tenda, una delle tante nella tendopoli ai margini di qualche città. La giovane famiglia di emigrati, Adam (Abdal Razak Alsweha), Sara (Zbeida Belhajamor) e la piccola Clara (Klara Toros), sono rifugiati siriani e la fuga li ha portati nel cuore dell’Europa, qui, nel florido Belgio, ma la loro destinazione è l’Inghilterra per raggiungere gli altri parenti. Sara e Adam difendono la loro intimità, curano la loro piccola Clara, sono giovani e nonostante tutto scampati alla guerra. Un furgone li porterà verso la libertà. Ma la polizia sta alle calcagna dei trafficanti di uomini e in una concitata notte si compirà il loro destino. Dopo Sola al mio matrimonio, irruzione dentro la vita disordinata di una giovane rom, Marta Bergman, utilizzando l’esperienza documentaristica che ha accumulato nel tempo, cambia registro rispetto a quel primo film facendo uscire davvero la sua anima di narratrice e osservatrice. Cala il suo racconto nei toni bui di una eterna notte, che diventa arredo scenografico del racconto, elemento narrativo di uno stato d’animo. E dunque, con queste credenziali firma la regia del suo secondo lungometraggio che è stato tratto dalla cronaca di un evento che scosse la sensibilità dell’opinione pubblica belga.

Clara è un film che si inscrive dentro il più ampio insieme dell’impegno civile, pur nel suo assunto narrativo che trova il suo ambito in quella narrazione dei sentimenti che qui si sovrappongono alla tensione di una specie di thriller. È in questo doppio piano che trova la sua piena espressività tra sentimenti incrociati che partono da quelli teneramente familiari e arrivano a dare corpo e sostanza alla coscienza morale dei suoi personaggi e l’impegno civile, quello che negli ultimi anni, magari con meno enfasi di un tempo, ha però contribuito alla conoscenza e alla diffusione di storie come questa, scrutando dentro le pieghe della cronaca i profili non raccontati o mostrando la scomoda posizione di chi cerca una verità celata. Il film di Marta Bergman è un accorato racconto di una tragica cronaca che denuncia, nel suo realismo filtrato dalla derivazione documentaristica della regista, la difficile coincidenza tra la morale e la legge, tra l’ideale rispetto delle regole e la loro pratica applicazione davanti al corpo vivente dei fatti. Clara sembra volere rifiutare ogni opposizione frontale tra le parti e per questa ragione prova a penetrare i fatti con un rigore stilistico mai abbandonato. Bergman lavora sui primi piani stretti, pedinando i suoi personaggi, incalzando con la sua macchina da presa i volti dei suoi protagonisti per quasi anticipare le loro reazioni, per catturare quel velo di pietà che sembra aleggiare su questa vicenda.

È proprio sul personaggio di Redouane (Salim Kechiouche), il poliziotto dalla cui pistola partì lo sparo che rese tragica quella notte, che si addensano i sensi di colpa che si fanno più forti nell’esprimersi della sua affettuosa paternità, in quella difficile quotidianità che sembra non potere sopravvivere alla colpa che le autorità, la polizia prima di tutti, provano ad addolcire, se non a nascondere in nome di una pulizia morale che non può trovare destinazione. È questo il vuoto che sembra lasciare questo film. Il difficile redimersi della colpa, l’impossibilità di salvarsi dall’angoscia della colpa. Redouane diventa così nell’amplificazione narrativa, pur salvato dal suo destino di capro espiatorio – solo qualche mese di detenzione fu la sua condanna al processo – la coscienza diffusa di un’Europa impreparata davanti a questi scenari nonostante il tempo trascorso e l’esperienza accumulata. Un’Europa che tratta colpevoli e innocenti con la stessa misura, con la stessa legge. Clara è dunque qualcosa di più di un film che racconta uno dei tanti destini di immigrati per diventare un racconto di responsabilità al pari di altri film che hanno inchiodato altri responsabili alle loro colpe, come tra i tanti Green border o Tori e Lokita. Un cinema che purtroppo ancora ci serve e che vorremmo non dovere vedere per non dovere vivere dentro questo mondo dove c’è molto di sbagliato. E il cinema non può fare altro che continuare a raccontarlo.


