Animotion – Nessuna gallina è un’isola: su Netflix Galline in fuga. L’alba dei nugget di Sam Fell

A distanza di quattro anni da Shaun vita da pecora: Farmageddon l’atteso ritorno della Aardman Animations nel lungometraggio coincide con la sorprendente ricomparsa delle vicende di Galline in fuga titolo che nel 2000, in collaborazione con la Dreamworks Animation, inaugurò le fortune dello studio d’animazione sul grande schermo e consacrò le intuizioni creative di Peter Lord e Nick Park. Diretto da Sam Fell, non proprio uno sconosciuto considerando che nel 2006, per Aardman, era già alla regia di Giù per il tubo, e che nel 2012, per Laika, era alla guida dell’ambizioso progetto ParaNorman che gli valse con Chris Butler la candidatura al premio Oscar, Galline in fuga. L’alba dei nugget è un sequel che rispetta i canoni della serialità cinematografica pur aggiornando il suo immaginario in chiave attuale. Per quanto insolita (in Italia la distribuzione è di Netflix), la scelta di rilanciare un titolo così iconico a distanza di 23 anni prepara la strada ad un nuovo film con Wallace e Gromit, prossimamente nel catalogo Netflix e sulla BBC, e risponde alle logiche di un mercato (in particolare quello della animazione) sempre più caratterizzato dalla frammentazione seriale.

 

 
Infatti, la vicenda di questo secondo capitolo riprende dal punto in cui si concludeva il precedente e si chiude guardando a possibili e nuove diramazioni. Finalmente evasa dall’allevamento dei Tweedy, la gallina Gaia è libera e, conquistata l’emancipazione, vive insieme al gallo Rocky e alle altre galline su un’isola pacifica, in totale armonia e senza il pericolo della presenza umana; l’uovo di Gaia e Rocky si schiude e viene alla luce Molly, una piccola e intraprendente gallina che in breve tempo mette in mostra tutto il suo temperamento: corre, salta, si nasconde, vuole esplorare nuovi territori, mette in discussione i limiti, attende la sua libertà. Insomma, Molly dà del filo da torcere a Gaia che ora, da genitore, si ritrova a controllare la propria figlia evitandole i rischi e le preoccupazioni. È questo il primo di una serie di elementi interessanti messi in campo dal film che, come nel titolo da cui prende spunto, mira alla rappresentazione della libertà seguendo due diverse altezze di sguardo: quella di Molly, adolescente ribelle che inizia a sentire il richiamo della vita, e quella di Gaia che conosce il dramma del vivere, generato proprio dal riconoscimento della libertà. In questo secondo capitolo i toni sono evidentemente più concilianti, meno tetri rispetto al primo e, di certo, lo spettro dell’assolutismo intransigente che governava le atmosfere dell’allevamento Tweedy, così come la tensione mortifera che si percepiva (e che avevano offerto l’assist per più di una lettura trasversale del film al punto da ritenere l’allegoria del campo di concentramento una delle più potenti e riuscite, non solo in un film di animazione) quando non sono stemperati da un docile umorismo, risultano praticamente assenti, tuttavia, altrettanto evidente è l’intenzione di mettere in scena un mondo di apparenze e inganni. Un mondo che è là fuori e che chiama.

 

 
E Gaia risponde alla chiamata una notte, attraversando il bosco e finendo “in mezzo ad una strada” (sic!) con il rischio di essere investita da un camion. Salvata dalla ribelle Frizzle, un’altra gallina in fuga con la quale stringe una sincera amicizia, Molly scopre un luogo seducente che sembra corrispondere, almeno inizialmente, alla sua idea di avventura e novità: la Fattoria del divertimento. Questo sgargiante luna park per galline, a metà strada tra il Paese dei balocchi e Barbieland, ben presto si rivela una inquietante trappola mortale che spinge le galline prima a perdere la propria libertà, a causa di un collarino che ne anestetizza la volontà, poi le conduce a finire in una macchina che le trasforma direttamente in nugget pronti al consumo. Anche in questo caso il film abbandona la strategia retorica e, senza troppi giri di parole, accompagna lo spettatore (anche il meno consapevole) di fronte all’immagine di un allevamento intensivo che con crudeltà ipnotizza le galline rendendole schiave e vittime di un potere che le sovrasta dopo averle ingannate.

 

 
Quando Gaia e Rocky si mettono sulle tracce della figlia scomparsa, scoprono che alla guida della fabbrica di nugget c’è la perfida Miss Tweedy, avida di potere ma soprattutto desiderosa di vendetta e pronta ad abbracciare nuove opportunità offerte dal commercio dei polli. Il film di Sam Fell propone un racconto che mescola questioni attuali (la denuncia tout court contro le luci intermittenti degli idoli di oggi) a elementi del passato (il fascino delle utopie ma anche l’immagine della fabbrica come luogo della macchinazione e del meccanismo disumanizzante) restituendo una sintesi filosofica e politica molto concreta e fisica (come confermano le tante gag e scene di azione corporee, tipiche del cinema Aardman) al contempo soluzione metacinematografica che riflette sul procedere tecnologico, artigianale e manuale di una certa idea di cinema (in stop motion, con la plastilina, propria della Aardman ma non solo). A tutto questo lavoro di meta-riflessione effettuato sugli spazi e sugli oggetti si aggiunge un coerente lavoro di ricerca del movimento della macchina da presa teso a restituire l’idea di leggerezza e di volo che, di fatto, per sottrazione, definisce le galline: non volano, non possano, ma trovano il modo per farlo.

 

 
Così, se da una parte L’alba dei nugget è impegnato ad amplificare la sua anima di romanzo di formazione che raggiunge il suo apice nell’esclamazione di Molly «Chissà se a casa qualcuno sentirà la mia mancanza», rinfrancando idealmente la condizione identitaria di figlia e libera, dall’altra è evidente quanto gli interessi spingere il tasto ecologico e animalista, denunciando chiaramente le moderne tecniche intensive di allevamento in difesa di una qualità (del cibo e della vita) che è andata smarrendosi e che già era al centro, in modi diversi in altre opere dell’Aardman (si pensi alla saga di Wallace & Gromit). L’epilogo di questo duplice itinerario coincide con l’inevitabile happy end segnato dalla sconfitta bruciante di Miss Tweedy (molto avvincente il duello finale) e dal sorprendente reclutamento di una squadra agguerrita di galline pronta a difendere la pace e l’armonia delle altre galline, accogliere la complessità di un mondo da aggiustare e rompendo così l’ambiguo equilibrio iniziale del film. Giustizia e libertà per una comunità estesa, per affermare che nessuna gallina è un’isola.