Richard Jewell di Clint Eastwood e l’onore della notte

Richard Jewell è un addetto alla sicurezza sovrappeso, goffo, ma esperto di armi, meticoloso nel suo lavoro, fin troppo rigoroso se occorre far rispettare i regolamenti. Sogna di entrare in polizia ma non ha il fisico del ruolo. Durante le Olimpiadi di Atalanta del 1996 chiede di essere assegnato al parco dei concerti, così, per ascoltare un po’ di musica. La sera in cui suona Kenny Rogers, quello delle grandi ballate western e di The Gambler, Richard porta la mamma, e cantano insieme a un pubblico magari non giovanissimo, ma ardente. Qualcuno una sera lascia uno zaino, nessuno nell’oscurità se ne accorge ma Jewell sì, lancia l’allarma, il sacco scoppia uccidendo due spettatori e ferendone un centinaio, ma poteva essere una strage immane. Richard Jewell è l’eroe del giorno. Poi, in poche ore, stritolato da un meccanismo surreale, finisce sospettato dall’Fbi e massacrato dalla macchina del fango del quotidiano locale. Richard Jewell è reale, ma nel film è interpretato da Paul Walter Hauser, attore perfetto, e il regista Clint Eastwood, nel trailer, sintetizza in quattro parole il senso del personaggio e di conseguenza del discorso tutto: «He was a hero». Un eroe normale, ordinario, preso in giro per la stazza: non ha l’aspetto di altri personaggi del recente cinema di Clint dall’odissea comparabile: Christine Collins (Changeling, 2008) e Chesley “Sully” Sullenberger (Sully, 2016) interpretati da star, rispettivamente Angelina Jolie e Tom Hanks.

 

 

Tutti e tre devono difendersi dall’interessata ottusità o superficialità delle istituzioni – il sistema federale, le assicurazioni, l’informazione – ma Jewell combatte anche per qualcosa che non viene messo in discussione negli altri casi. La dignità. La sua, come uomo. Come lavoratore. Ha fatto solo quello che si doveva fare: il suo lavoro. L’intuizione del mestiere. Che meraviglia. Per Sully dovuta all’esperienza (quella che non hanno gli algoritmi), per Jewell alla competenza. Sa tanto di esplosivi, e il pensiero debole capace di costruire scenari basati solo su deduzioni elementari pensa sia perché è un terrorista. «Il potere della burocrazia continua a crescere mentre il pianeta si restringe e i problemi della società diventano sempre più complessi. Ho paura che l’indipendenza individuale stia diventando un sogno obsoleto». Dichiarazione di Eastwood contenuta in un libro di recente pubblicazione per i tipi di Minimum Fax, Fedele a me stesso: Interviste 1971-2011, a cura di Robert E. Kapsis e Kathie Coblentz. Un timore politico tipico del pensiero individualista identificato con una certa destra americana. Deriva dalla convinzione che il “sistema” minacci la libertà del singolo attraverso la freddezza impersonale della burocrazia. Richard Jewell esplicita la posizione di Eastwood, forse la estremizza. Alle spalle dell’avvocato Sam Rockwell si legge la scritta «I fear government more than I fear terrorism».

 

 

Un film molto politico, ma per il resto, com’è? Sta entusiasmando un po’ tutti, ma un paio di cosette – che forse solo un eastwoodiano come chi scrive ha diritto di dire – vanno sottolineate. Il cinema di Clint è sempre attentissimo alla costruzione dei personaggi e alle performance degli attori. Richard Jewell non fa eccezione per quanto riguarda l’eccellenza della recitazione (soprattutto di Hauser) ma alcune figure sono ricalchi di cliché senza troppe novità. Quanti avvocati decaduti pronti al riscatto con la causa nobile abbiamo visto, anche in tv? (Per dirne uno recente, John Turturro in sandali in The Night Of; qui Rockwell è in bermuda). Non si salva la giornalista che si concede all’agente dell’Fbi in cambio dello scoop (Olivia Wilde), cosa che in Usa ha sollevato qualche accusa di misoginia, e comunque, anche qui, figura un po’ scontata. Invece è interessante il personaggio di Nadya (Nina Arianda) la compagna-segretaria del legale, e bellissima la scena della cravatta, un po’ alla Angie Dickinson con John Wayne nella stanza d’albergo. In Richard Jewell c’entra poco il dollaro ma molto l’onore. Quello di un uomo, intorno al quale ruota tutto il film.

 

 

 

 

Mauro Gervasini è autore del blog qualcosanellanotte.it