Al terzo lungometraggio dopo Les revenants del 2004 e Eastern Boys del 2013, entrambi presentati alla Mostra del cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, Robin Campillo – che nasce come montatore e sceneggiatore, in particolare fedelissimo di Laurent Cantet (con cui ha scritto A tempo pieno, Verso il sud, La classe-Entre les murs e L’atelier, in gara in questi giorni a Un Certain Regard), con 120 battements par minute ritorna al passato e all’importanza di Act Up, l’associazione militante di lotta contro l’AIDS di cui ha fatto parte, per parlare del percorso di un gruppo di giovani implicati in azioni memorabili.

 


Il momento giusto

Sono stato militante di Act Up a inizio anni 90 e già allora avevo pensato di fare un film sull’AIDS, per raccontare cos’erano stati gli anni 80, con l’inizio dell’epidemia, ma non ho trovato come farlo e solo recentemente mi sono detto che era arrivato il momento e bisognava realizzare questo film. Avevo in ballo un film di fantascienza, quindi qualcosa di completamente diverso, ma ho capito che dovevo lasciarlo da parte per girare 120 battements par minute. Forse avevo paura di affrontare un argomento e una militanza che nella mia vita sono stati cruciali. Semplicemente era arrivato il momento per farlo.

 

Film corale

Ho dedicato molto tempo al casting, cercando di prevedere le cose perché le combinazioni sono importanti per l’alchimia tra i personaggi, così come il contrasto nella recitazione. Ci ho messo molto a trovare un equilibrio, ma alla fine sono soddisfatto del risultato. Al momento delle riprese abbiamo girato con tre mdp, come avevamo fatto con Laurent in Entre les murs, facendo in modo che gli attori sentissero anche una certa libertà nel recitare tra loro e ho fatto evolvere le situazioni a mano a mano nel corso giornata, anche quand le scene erano piuttosto lunghe e spesso in pianosequenza.

Equilibrio dei sentimenti

Ho vissuto situazioni che sono nel film, per esempio ho vestito un amico che era morto ed è vero che quando si vivono cose di questo tipo lo si fa in maniera abbastanza semplice, non è un momento in cui ci si mette a piangere, ma scattano dei meccanismi di difesa, c’è una sorta di ambiguità e difficoltà a vivere il momento, perché siamo totalmente nel momento. Ho cercato di ritrascrivere questa sensazione e di andare verso il lato freddo piuttosto che verso quello emotivo. L’emozione per me viene fuori proprio da questa impressione un po’ d’inverno, di momento glaciale. Volevo lasciare spazio anche ai momenti naïfs, per esempio il modo in cui Nathan si innamora di Sean, sentimenti molto al primo grado, ma poi tutto questo è controbilanciato dalla difficoltà di vivere una storia d’amore in queste condizioni, tra una persona malata e una che non lo è. Penso sia emozionante già di per sé e ho evitato di spingere troppo in quella direzione.

 

Un fiume di parole

Le persone che avevano attraversato l’epidemia, in particolare gli omosessuali, fino a un certo punto non si erano parlate. Il momento del dibattito, in cui la parola si è liberata e le persone hanno parlato di quello che stavano attraversando, è stato insieme gioioso e triste perché avveniva quando l’epidemia era più tragica. Per questo nel film, a un certo punto, c’è un fiume di parole perché è stato un momento liberatorio dopo anni di epidemia passata sotto silenzio, nella relativa indifferenza della società. Ricordo di essere entrato nell’associazione dopo aver sentito, in televisione, il presidente di Action Up Didier Lestrade dire: «Esiste in Francia una comunità AIDS, cioè i malati, i loro cari, i medici, gli infermieri e il resto della società che non se ne rende conto». Era qualcosa di molto forte. È a questo punto che la parola si è liberata perché c’è stata la volontà di far prendere coscienza dell’epidemia e di fermare questa sorta di silenzio e di indifferenza.

Le azioni teatrali

C’era teatralità nel movimento Act Up. Le persone erano arrabbiate, quando si partiva con un’azione c’era questa sorta di panico e ho l’impressione che quando l’azione cominciava si mettesse in scena la rabbia e che solo in un secondo momento questa arrivasse davvero, quando ci si rendeva conto dello stato in cui ci metteva il nostro attacco. C’era della teatralità, qualcosa di molto forte nel sentire che questa collera diventava reale.

 

Un movimento politico

È molto difficile creare un movimento politico, quando si tratta di battaglie e non di cause, ovvero quando il corpo delle persone è implicato direttamente. In Francia è successo per l’aborto e per l’AIDS, quando le persone sono colpite nel loro corpo, e penso che nelle questioni razziali rimanga oggi molto forte, ciononostante è difficilissimo coinvolgere le persone. Anche all’epoca Act Up era un movimento molto piccolo, ma con persone che si vedevano tutte le settimane, di fatto era l’unico gruppo politico con 150-200 persone che si incontravano regolarmente. E questo avveniva perché non avevano scelta: per far evolvere le cose bisognava mettersi insieme. Non è un film per dare consigli oggi, ma per ricordare cosa è stato questo incontro tra persone che non avrebbero mai dovuto incontrarsi, ma che l’hanno fatto a causa della malattia, dell’epidemia e che hanno forgiato insieme un discorso, un’azione e una potenza politica abbastanza forte, con vittorie. Forse si è creato su un bisogno davvero incandescente.

Tra l’intimo e il collettivo

Ho sempre tendenza a pensare che ciò che si chiama finzione è legata per forza all’intimo, e quello che cerco di fare è mostrare come la finzione sia qualcosa tra l’intimo e il collettivo, qualcosa che mostri che si esce dal collettivo per diventare una storia, non posso fare a meno di uno dei due, vanno di pari passo. Nel film non mi interessa tanto il lato documentario, ma piuttosto mostrare questo gruppo come un cervello che rifletteva e immaginava delle azioni che poi vediamo, delle cose come una sorta di immagini fantasmatiche, così ho concepito il film. Mi piace che le scene delle riunioni non abbiano una forma ben definita, anche se, in realtà, le ho concepite come molto tenute rispetto a quello che succede tra i personaggi. Nei miei film ho sempre questa tendenza a non far sorgere subito i personaggi principali, ma mi piace far vedere come la finzione sorge da un gruppo.

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